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L'appello. «Un museo nella Locride per i Bronzi di Riace»

Lo scrittore Criaco chiede un museo della locride con dentro i bronzi e tutti i capolavori locridei. Il professore Cuteri condivide l'appello e chiede un dibattito sui social, aperto a intellettuali e gente normale:

I Bronzi vogliono tornare a casa

Vivono in esilio da quarantasette anni, dal 16 agosto del 1972, giorno fausto per la nascita e crudele perché li strappò alla propria casa. Ché certo il loro sgarbo agli Dei dev’essere stato più del doppio di quello che il Laertide commise fra le sacre mura di Troia. Nei mesi passati la Sfinge Metropolitana si è stizzita per la proposta di portare in missione mondiale le statue Locridee: “dove sta il tuo diritto?”, dovremmo chiedergli noi Nossidei, figli della Montagna Lucente, “quali sono i meriti, che favori e attenzioni hai dedicato alla nostra terra?”. A lagnarsi dovremmo essere noi, i defraudati, noi che ne patiamo la lontananza. E non è un discorso di campanili, di piccole divisioni paesane, la Locride fu Nazione, e di quei tempi ha il diritto e il dovere di conservarne i fasti. Ha un proprio museo che andrebbe solo adeguato per essere all’altezza dei suoi Guerrieri, ma anche dei Dioscuri, il Cavaliere Marafioti, persino della benigna Dea che siede su un trono di pietra in terra straniera, a Berlino, e del Trono Ludovisi. Immaginatevela la Nazione Aspromontana: il museo, il teatro, gli scavi e due ali a mosaico, draghi a Kaulon e nereidi a Casignana, acque di sogno fra l’Amendolea e l’Allaro, e fronde odorose da Rhoghudi a Kaulon. Unica, una terra delle meraviglie. Lo potrebbe diventare se ci fossero una politica e un popolo adeguati. Non sarebbe uno sgarbo ai Reggini, solo un atto di Giustizia per i Locridei. La visione, il progetto di un territorio che non ci siamo conquistato, che non ci è concesso. Non c’è una sola ragione perché i Bronzi non stiano a casa loro, nostra, perché non ci possano aiutare a trovare una nostra via culturale e anche economica. La verità è che i torti non ce li fanno solo quelli che stanno lontano. Anche fra di noi lo usiamo il sopruso. E il problema non è rischiare di compromettere l’integrità dei Bronzi, facendoli viaggiare. Il problema è solo quello di avere il coraggio di fargli fare un ultimo viaggio, 94,6 chilometri, per riportarli, finalmente, a casa, accompagnati da Cavalieri, Dee, Guerrieri. Ci fossero i quindicimila eroi del Sagra, la Sfinge non si sarebbe presa l’acqua di Mana Gi, non avrebbe trattato con superbia e indifferenza la nostra gente a Natile. I nostri ragazzi non si sarebbero dispersi nel mondo e la mafia stracciona sarebbe svanita fra la spuma dello Jonio.

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Schiavismo arroganza e tradimenti. Il Sud che ammazza i propri figli

Tutti i ragazzi del mondo sognano di fare cose meravigliose nella vita, ne avrebbero diritto. Per farne di straordinarie, quelli francesi sognano Parigi, gli inglesi Londra, i tedeschi Berlino, l’immaginario giovanile italiano si rivolge a Milano.

C’è per tutti una fase da sogno, poi le fantasie svaniscono e ai grandi progetti si sostituisce il desiderio di una vita dignitosa, di un lavoro normale che permetta una quotidianità senza ansie eccessive, per averla non è che tutti gli inglesi vadano a Londra o i francesi a Parigi o i tedeschi a Berlino. In tanti si spostano, ma i più trovano nei luoghi di nascita le opportunità. In Italia no, tutti vanno a Milano, meglio, ci vanno tutti quelli nati da Roma in giù. Noi sudici.

E Milano è un modo di dire, magari le nostre diaspore si fossero limitate a un migliaio di chilometri da casa. Le nostre mete hanno contato e contano i chilometri a migliaia, i nostri viaggi in cerca di lavoro cingono il mondo. Non è il dramma di solo noi del Sud, il pianeta conta migrazioni globali, e da tempi immemori. Un tempo gli spostamenti rispondevano a un ordine naturale: siccità, carestie, catastrofi. Poi l’ordine è diventato umano: guerre, persecuzioni. Da un po’ il motore degli spostamenti è quasi totalmente economico, con un cervello finanziario globale che muove le masse su una scacchiera planetaria. Pur volendo la felicità del mondo, ogni suo angolo deve cercare il rimedio al proprio problema. Al problema Meridionale non ha mai cercato una soluzione lo Stato centrale, che anzi ha assecondato le partenze, concentrando lo sviluppo economico in aree privilegiate del paese.

Il rimedio non lo ha mai cercato la classe politica meridionale e il gruppo dirigente del sud. E la situazione di partenza del Sud non era di totale svantaggio, niente di straordinariamente avanzato ma il Meridione un suo sistema produttivo lo ha avuto, un ottimo sistema di sapienza artigianale e un fantastico patrimonio culturale di base. Solo che invece di migliorare si è deciso di distruggere, si è perseguita una distruzione sistematica perché le nostre braccia e i nostri cervelli andassero a servire altri interessi, mollando quelli sudici. E tutto prosegue. I nostri continuano a partire, a svanire oltre gli orizzonti, sempre più bassi, pronti a crollare sul Meridione. E noi continuiamo a parlare, parole vuote sul restare, sul ritornare. Costruiamo, un po’ tutti, logorree di vanità, esercizi di stile fra prosa e poesia che naturalmente fanno il solletico alla realtà.

Come restare, come ritornare? Perché il nostro sistema produttivo, per quanto esile e sparuto, non offre ai nostri ragazzi, stipendi sufficienti e continua a strozzarli con elemosine? È un piccolo rimedio, ma abbandonare l’idea del tutto mio da parte del nostro sistema produttivo sarebbe un bel segnale, una piccola opportunità, diritto, per alcuni dei nostri. Perché il nostro sistema pubblico i posti di cui dispone, gli incarichi onerosi, non li indirizza verso i partenti, i figli di nessuno e li riserva sempre ai nati bene, che comunque grazie alle prebende avite riuscirebbero a restare?

Perché il nostro sistema intellettuale non riesce a dare una descrizione esatta della realtà, del nostro e del mondo di fuori, perché non infonde coraggio invece di scoraggiare, perché non lo dona il sapere invece di utilizzarlo come arma a fini personali? Perché il nostro sistema politico non dà partenza a un progetto, a una visione, non crea un percorso che sull’ormai lungo periodo non inverta la resa di chi è costretto ad andare, di chi non ha le condizioni per tornare?

Il Sud muore per tante cose, e le decisioni globali, quelle del capitale, obiettivamente sono difficili da vincere, ma si deve provare a farlo. Lo schiavismo dei nostri imprenditori sta tutto nel nostro volere, nel tradire o soccorrere. L’arroganza del nostro potere, l’avidità delle sua bocche da ingozzare, vive nel campo nostro. E nel nostro campo è l’intelligenza e la cultura che dovrebbero dare, insegnare, dividere sogno e realtà, motivare e non piegare.

La cialtroneria, l’incapacità sta in una politica che non sappiamo creare, vive in un servilismo e acquiescenza che sono diventati il vizio capitale di noi sudici. Quando parliamo di restare e ritornare, dobbiamo guardarlo per intero l’affresco del Sud, il resto è vanità.  

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Quando lo Stato abbatteva le Rivoluzioni

di Gioacchino Criaco - L’anima nera che è il cuore dell’Italia le rivoluzioni le ha sempre abbattute e le abbatte ancora. I moti di Genova del 2001 ne sono l’ultimo esempio. L’Italia è un paese terribile, spietato, intollerante che si diverte a rappresentarsi come il luogo dei tarallucci e vino, in cui tutto finisce bene. E invece tutto è finito sempre male, molto male. Basta guardare alle ecatombi dell’Italia repubblicana, tutte impunite, basta guardare alle sue diseguaglianze sociali, al tenore medievale delle sue leggi penali, all’impunità totale del potere e alla distruzione sistematica dei diritti dei lavoratori. È l’Italia che osanna gli intellettuali totalmente innocui, ne piange le spoglie per ringraziarli della narcosi che hanno sparso con le loro opere. L’Italia che ammazza i Pasolini, nasconde gli Sciascia, solleva in alto eroi improbabili, fasulli e sotterra le speranze vere. Il peggio di sé lo ha dato al Sud, imponendo di fatto l’esilio a milioni di persone, e il peggio di sé, al Sud, l’ha potuto dare coi servigi del traditore interno, la mafia. La mafia nasce per tradire il Sud, rappresenta l’istituzionalizzazione del crimine da parte dello Stato, la concessione di un’impunità che è durata secoli (per la parte dirigente, i capi, non per gli illusi di fratellanza, gli ubriachi di malavita). Ma se, nei suoi vertici, la mafia ha sempre tradito, il peggio di sé l’organizzazione l’ha dato negli ultimi decenni. Prendete il caso della Calabria: non è che la vecchia onorata società fosse migliore, aveva solo da svolgere un compito più facile. I poveri erano un popolo in fuga, in cerca di pane, per superare materialmente la fame. Era semplice accompagnare l’espatrio fino ai bastimenti, ed era agevole controllare le irruenze dei pochi poveri che si ostinavano a restare a casa. Ma, sulla fine degli anni sessanta, i poveri avevano un secolo di emigrazione, qualche soldo in più, i loro ragazzi leggevano, si parlavano, c’era persino una piccola imprenditoria che aveva un cuore diverso da quello dell’atavica borghesia del latifondo. I Sudici volevano un mondo nuovo e avevano preso a costruirselo, in modo diverso. C’era la voglia di restare, di diritti, di futuro. Era partita l’idea del cambiamento, che sarebbe stata inarrestabile, se non fosse stata abbattuta nelle piazze di Reggio Calabria, nei paesi della Locride, nell’anima di un Sud che non ne poteva più di subire.

I moti di Reggio, la miriade di moti sparsi nel Meridione, non possono vincere, si rovescerebbe il senso, il fine, della nascita della nazione. E la vecchia onorata società non è attrezzata ai tempi nuovi: non lo è sul piano militare, su quello culturale e non lo è neppure su quello morale, perché un tradimento aperto non avrebbe l’appoggio degli affiliati semplici, illusi di essere anti-stato. Non è attrezzata sul piano politico perché molti dei capi stanno ancora a sinistra e si rifiutano di confluire su protezioni democristiane. Serve una mafia nuova”.

Le rivolte calabresi sono state il suo banco di prova. La legittimazione. Una mafia nuova, che da immorale diventa amorale, nessuno scrupolo, nessun no a qualunque ordine. I vecchi fratellastri spazzati via e un’appartenenza diretta agli apparati di quel tipo di Stato. Un lavoro lungo, efficiente, che è partito con la sedazione della rivolta, ma è proseguito con l’annientamento dei cambiamenti economici, culturali, perseguiti paese per paese, con una ramificazione scientifica nel nuovo crimine e una presenza più massiccia dove maggiore era la richiesta di cambiamento. La mafia diventa mito, alimentato dal potere che le è concesso dalle istituzioni, dalla borghesia locale. Sequestri, rapine, estorsioni, hanno la logica di stroncare sul nascere uno sviluppo che stava partendo fortissimo. Una logica che crea dissidi, ragioni di morte, tragedia. Carica di aiuto la subcultura diventa dominante, e regala alla Calabria, all’Italia, cinquant’anni di cronaca nera. E certi meccanismi basta innescarli, poi si riproducono da soli e continuano a produrre gli effetti per cui sono stati inventati, indipendentemente dalla volontà delle pedine che partecipano al gioco. L’inganno è che per molti anni non ci si è dedicati a interrompere il gioco, ma solo a portar via pedine. E per ogni pedina si prendeva una medaglia, la si appuntava al petto e ci si beava degli applausi, delle ola. Ora, se davvero non si vogliono far chiacchiere, andrà fermato il gioco, i giocatori spariranno di conseguenza.    

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