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Corriere Locride
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Blitz anti 'ndrangheta dei Carabinieri in Valle d'Aosta, in Emilia Romagna e nella provincia di Reggio Calabria

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Windsurf - Il reggino Francesco Scagliola scatenato: dopo il mondiale vince l'europeo

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Nota stampa dei Sindacati sul nuovo ospedale di Vibo Valentia: «dopo vent’anni di attesa ancora tutto fermo»

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Reggo. Hospice “Via delle Stelle”: Il Planetario Pythagoras si unisce all’appello delle istituzioni affinché la struttura sia preservata

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Nuova S.S.106: senza le infrastrutture la Calabria muore

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Dalla Varia di Palmi un messaggio di speranza e di amore per la vita nella Giornata della Solidarietà in programma il 23 agosto

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I Deep Radics sbarcano al Sunset bar di Scilla

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Locri. Nota stampa del circolo di Fratelli d'Italia sulla situazione dell'Ospedale

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Noi sudici sopra le corriere di Lampugnano

di Gioacchino Criaco - Sulla Metro Rossa di Milano  a un certo punto ci sono più valigie che persone, chi è del Sud lo sa. Si va a Lampugnano, all'autostazione, da lì partono gli autobus a lunga percorrenza. La ci dovrebbe andare la politica meridionale, tutta quella che si succede da un secolo e mezzo. La ci dovrebbe andare tutta la stirpe che si è presa la dirigenza del Sud. La ci dovremmo andare tutti noi sudici che non abbiamo lottato per la nostra terra, per noi stessi. E la, in verità, buona parte di noi ci va, parte che anche se colpevole, la responsabilità propria la sconta, mentre politici e dirigenti non scontano nulla: c'erano, ci sono, ci saranno. Ed è vero, è retorica facile, spicciola. Ma in posti come Lampugnano si misura quanto due secoli di partenze e sacrifici non ci abbiano spostato di un metro avanti, anzi, ne facciamo di continuo indietro, di passi. Bus, alcuni nuovi, altri meno, pieni sempre, di questi tempi colmi di un'umanità che chiede requie alla fatica del lavoro, degli studi, a qualche viaggio della speranza, a visite parenti a volte amene altre in tristi luoghi. Casa, è la voce muta che ronza in petto, che riempie i pochi spazi vuoti nel veicolo. Bastimenti, treni notturni e ora bus. I mezzi di trasporto sono cambiati senza cambiare mai davvero: puzzano di popolo, di poco denaro, del questo o niente. I meridionali vanno giù con cinquanta euro, e quando la tregua finisce rimbalzano al Nord con altri cinquanta euro. Questo si possono permettere dopo centocinquant'anni. Questo ci permettono. Ci hanno tolto le navi e i treni e ci hanno dato i bus. Gli aerei e i treni freccia se li prendono quelli di noi che stanno bene, di tanto in tanto anche quelli che non potrebbero se li concedono, come premio. Gli gnuri viaggiano sempre in prima, che le loro puntate al Nord sono di svago, e gli sfizi non possono essere viziati, si premiano sempre e comunque per la loro bravura a fregare chi gli sta sotto.  Si parte: 12, 14, 16, 19 ore, siamo in punta allo stivale. 24, 26, 30 , superiamo lo Stretto e andiamo in fondo. Loro, dicono che è demode parlare di emigrazione, che viaggiare è bello, arricchisce di esperienza: anche i figli di loro partono, tengono gli appartamenti in centro, così fanno pure investimento. Loro dicono che parlare di problemi non fa bene al Sud, ne sporca l'immagine. Ma noi, da sopra le nostre corriere, non ci riusciamo a farci rapire da quanto è bello il mare, quant'è bella la montagna: pochi minuti e sei su, pochi minuti e sei giù, una favola. È in fondo viaggiamo bene, se non fosse che quelli più a Sud di noi abbiano preso l'abitudine di fregarci il posto, di sedersi di fianco a noi.

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Il non finito calabrese è finito (chi si prenderà la mia terra?)

di Gioacchino Criaco - Nessuno, da tempo, alza più pareti di mattoni nudi, crudi da lasciar cuocere al sole in un tempo incalcolabile. Le case le fanno i pochissimi che hanno sostanze e lavoro in loco, e le concludono fino all’ultima goccia di stucco. Il non finito è stato il patrimonio dei poveri, dissipato, buttato al fiume per l’idea di un ritorno, del tenere unita una famiglia, che è morta e sepolta. Il non finito non è stato un fenomeno di incultura, ma l’ultimo tentativo di resistenza di un’altra cultura, quella sconfitta. Un azzardo pacchiano, esagerato, ingenuo: il rientro magnifico, senza buchi nei calzoni, il prendere il trofeo e portarselo giù per metterlo in vetrina e ammirarselo per sempre, insieme alle generazioni future che avrebbero avuto il diritto di restare a casa se lo avessero voluto, grazie al sudore delle generazioni passate. Non è accaduto, e case troppo grandi sono rimaste a prova di una speranza tradita, a dimostrazione che il sistema è beffardo, a testimonianza di un tradimento e di un auto-tradimento. Le famiglie non si riuniranno più, e per sempre, per sempre saranno i rivoli insignificanti di una diaspora calabrese che s’è mangiata milioni di vite e ora si stuzzica l’appetito sgranocchiandosi le esistenze rimanenti. E che ridere, o che piangere, per gli intellettuali che negli ultimi decenni hanno bollato le storie di emigrazione come obsolete, passate e trapassate, prive di ogni valore letterario. A noi calabresi l’emigrazione ci ha mangiato, finirà di farlo completamente nei prossimi decenni. Resta chi ha la possibilità di farlo, non perché sia eroe, parte chi non ha la possibilità di restare, non perché sia codardo. Alla fine ci sarà una presenza esigua, fisiologica, di quelli che il posto glielo garantisce il governo, il pubblico; di quelli che il posto hanno saputo ritagliarselo con una bravura che non tutti possono avere, e hanno avuto, e se continueranno ad avere, la fortuna che un governo o un malandrino non glielo abbia levato o decida di levarglielo. E le case enormi, sfinite dall’attesa, saranno vuote anche dei passi felpati degli anziani, trascinatisi di stanza in stanza ad attendere una fine liberatoria. E chissà come andrà a finire, chissà a chi andrà in mano la nostra terra vuota, chi calpesterà pavimenti antichi posati a terra con le molliche dai nostri padri. Chissà se accadrà come in Africa che intere nazioni sono diventate proprietà cinese, della finanza. Chissà se verranno da Oriente o caleranno da Nord padroni nuovi, a perdere la vista sul velluto dello Jonio, a mozzarsi il fiato sui nobili contrafforti dell’Aspromonte, che hanno resistito a tutto ma non alla nostra resa. Partiamo da un secolo e ci siamo conquistati solo l’obbligo di continuare a partire, il sangue lo abbiamo versato per ammonticchiare mattoni che nessuno coprirà d’intonaco, ad acquistare terre che resteranno incolte. Ad andare via continuando a raccontarsi bugie di un ritorno che arriverà per pochi. Il non finito vero, in Calabria, sono i calabresi, un popolo, ormai, solo d’Avvento.

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Il vero mostro che divora il Sud. Breve saggio

Se vi dicono che il Sud sta morendo a causa della mafia, vi raccontano una balla. Mancanza di lavoro, sanità malsana, giustizia ingiusta, inquinamento, rifiuti, viabilità, diseguaglianze?

Balle, tutte balle. Il Sud muore per spopolamento, è terra in via di estinzione. Tutti i suoi mali insieme ne stanno causando la scomparsa, ma non sono pecche prodotte per cultura, genia, malvagità, solo per sconfitta. I mali del Sud sono strumenti idonei a distruggerlo, mezzi, non prodotti da un complotto ma creati o sostenuti, e comunque governati da un sistema che ne trae vantaggio.

Non una spectre o un fantasma, semplicemente un sistema economico a cui serve lo spostamento di materiale umano da utilizzare altrove, e funzionalizzare il dato residuale come elemento di consumo: braccia o cervelli via, bocche in loco. Servono le mafie, la mala politica, le disfunzioni di ogni tipo. Serve un racconto disperante del Meridione e l’offerta di una via di fuga.

E allora: nessun sostegno alle speranze, alle rivoluzioni, alle intelligenze locali.

Produrre e riprodurre problemi all’infinito, questa è la ricetta per il nostro Sud e per tutti i Sud del mondo. Sono le regole del sistema economico in cui siamo sommersi, affogati. Il giro buono il Sud l’ha avuto, ce lo ha avuto tutto il bacino del Mediterraneo. Poi il giro è finito, il tour positivo si è spostato di latitudine, il potere da militare è diventato economico e il comando è passato al Capitale, che notoriamente non sta fra i sudici, alberga in portafogli nordici che fanno girare la giostra. Noi abbiamo mafia e mala politica e disastri in ogni campo non perché siamo mali, siamo stati sconfitti e ai mali che ci sono stati imposti non siamo mai riusciti a dare le risposte giuste, e da un po’ di decenni non diamo più alcuna risposta. Diciamo che c’è stato un tempo in cui si rispondeva con le armi, e i migliori dei nostri sono periti in battaglia, poi abbiamo risposto con le partenze convincendoci che ci sarebbe stato un ritorno che non si è mai realizzato. Per i rimanenti i soldi, per lo più regalati, hanno provveduto a cancellare ogni nostra conoscenza tramandata, ogni professionalità, artigianalità, manualità.

Mestieri finti, parassitari, in cambio della dismissione di ogni nostro sapere. Trasferimenti e deportazioni dalle aree interne, le più resistenti. E spopolamenti e spopolamenti. Scuole che chiudono, presidi medici che spariscono. Tutto è funzionale all’andare, nulla è fatto per il tornare o perché ci sia un venire, un arrivare. Così, per guardare alla Calabria, le uniche piccole rivoluzioni presenti sono quelle di carattere culturale, le migliori resistenze sono frutto di presenze identitarie, di tipo comunitario non individualiste. L’unica resistenza allo spopolamento appartiene alle aree greke che trovano linfa vitale nella lingua, la conoscenza e l’uso dei prodotti e delle risorse di una tradizione viva.

E l’unica risposta vera allo spopolamento appartiene alle poche eccellenze economiche, del tipo: Rubbettino, Caffo, Callipo.

E l’unica rivoluzione politica arriva da Rossano Corigliano, dove un ragazzo crea un progetto, una visione e non brandisce populismo e demagogia, ma offre soluzioni che vengono accettate e sostenute non solo da disoccupazioni, disperazioni, giovani. Stasi non ha vinto grazie, soltanto, ai poveri. Ha vinto perché una classe produttiva, nella città più ricca della Calabria, ha sposato la causa della restanza comprendendo in pieno che i mali del Sud non sono un frutto genetico, ma uno strumento cinico governato da un sistema economico spietato.

E fateci caso che ogni volta che nasce un miracolo economico sudicio c’è uno strumento di mala vita, di malapolitica o di malagiustizia o di malapenna che si erge ad abbatterlo.

Raccontare la verità sul Sud è un atto patriottico, costruire una narrazione autentica della Calabria è un vero fatto rivoluzionario, e davvero, davvero, dà fastidio agli strumenti della distruzione.  

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