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Portigliola: Celebrazione per la professione perpetua di quattro suore

  •   Redazione
Portigliola: Celebrazione per la professione perpetua di quattro suore

“Preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata”. Quest’invito di san Paolo a pregare è rivolto a tutti noi e soprattutto a questa famiglia religiosa delle Ancelle Parrocchiali dello Spirito Santo, che oggi vive un ora di grande fecondità spirituale. Quattro sorelle, sr Maria Rosita Theresia, sr Maria Margaretha, sr Maria Rosalinda e sr Maria Florame fanno la professione perpetua. Consegneranno la loro vita nelle mani del Signore, pronunciando il loro “sì” per sempre. Lo fanno in questa chiesa di Portigliola. E’ un ritornare alle origini, in quello stesso luogo ove questa Comunità religiosa è nata. Qui lo Spirito Santo ha soffiato ed ha illuminato una santa donna, Giuditta Martelli, che l’ha fondata. Una comunità religiosa il cui carisma ha dimostrato negli anni una forte carica missionaria. Le sorelle che oggi emettono la loro professione perpetua sono frutto proprio di questa attività missionaria. Lo Spirito Santo spinge sempre ad uscire oltre i propri confini, ad andare ovunque per predicare il Vangelo. Quando una comunità religiosa prende coscienza del suo carisma diventa missionaria.

La professione solenne di queste sorelle è una risposta di amore ad una chiamata del Signore, un’alleanza nuziale con Lui. Un dono per chi si consacra, ma anche per la Chiesa che vede in essa il rinnovarsi di una fedeltà. E’ l’incontro tra due sguardi: lo sguardo di predilezione del Signore che chiama e quello della creatura che risponde. Un incrocio di sguardi, una chiamata gratuita e sconvolgente. Lo sguardo del Signore penetra nelle profondità dell’essere umano. E quanto più incontra il limite e la fragilità, tanto più manifesta la sua bontà. E’ un mistero di grazia che rivela le meraviglie di un amore che supera i limiti e l’inadeguatezza della creatura.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato richiama anch’esso la storia di una chiamata: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scendi, non perdere tempo. Ho bisogno di te, proprio di te, di te che sei un arcipubblicano, un peccatore incallito. Zaccheo in verità è un uomo ferito. Soffre per essere piccolo di statura. Si è allontanato da Dio: l'amore del denaro lo ha spinto non solo a collaborare con i Romani, ma anche a rubare. Il suo mestiere è quello dello strozzino, di chi si sente appagato solo dalla ricchezza. Ma i soldi non bastano mai, non appagano e non rendono la felicità. Per vincere la sua piccolezza, Zaccheo corre avanti, ma non si ferma di fronte agli ostacoli e sale su un sicomoro.

“Zaccheo, scendi subito”. Una voce amica si fa sentire: scendi dalla tua ricchezza, dalla tua piccolezza, dalle tue paure, da quell'albero che ti isola. Scendi subito, non indugiare, “perché oggi devo fermarmi a casa tua”. L’oggi della salvezza bussa alla porta del suo cuore. Gesù non sa passare oltre, si ferma, alza lo sguardo verso di lui. Di solito, siamo noi uomini ad alzare lo sguardo verso Dio: “Alzerò gli occhi... da dove mi verrà l'aiuto? ( Sal. 121, 1-2). A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli (Sal. 123, 1). In questo caso però è Gesù che alza lo sguardo verso l'uomo, per supplicarlo di accogliere la salvezza. Tutto il Vangelo sembra sintetizzarsi in quello sguardo di Gesù: uno sguardo di speranza, di fiducia, di misericordia. E’ uno sguardo che va aldilà del peccato, scende nell’intimo. Dio entra in noi attraverso le nostre ferite: più siamo feriti, più ci guarda, ci ama, risponde al male dandoci il suo amore, invitando a seguirlo più da vicino, a consacrarsi a Lui, ad essere canali d'amore. Che stupenda vocazione è quella di un sacerdote, di un religioso e di una religiosa! Che meraviglia la vostra vocazione, carissime sorelle, che oggi consegnate a Dio la vostra vita. Come chiama Zaccheo per nome, Dio chiama ciascuna di voi. La vocazione non è mai una chiamata anonima ed impersonale. Vengono in mente le parole del profeta Isaia: "Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni... Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo (Is 43, 1. 4)". E’ il messaggio che Dio rivolge a ciascuna di voi con infinita tenerezza.

"Voglio fermarmi a casa tua": voglio stabilire una relazione, entrare in comunione con te. Ti chiedo di invitarmi a casa tua. La casa è il luogo della quotidianità ma anche dell'intimità. Per Zaccheo era il luogo delle sicurezze, dove riesce a stare lontano dagli insulti e dagli sguardi accusatori, dove si gode la ricchezza e il lusso. Gesù gli chiede di far entrare l'Amore nella sua solitudine ferita, vuole sedere alla sua mensa. Il Signore mostra una predilezione per le persone sbagliate, per le persone che hanno sbagliato: i pubblicani, la peccatrice, i peccatori, un ladrone.

E Zaccheo “scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”. Era salito in fretta. Con la stessa fretta scende dall’albero. C'è urgenza. Il momento non deve sfuggire. Il suo cuore si apre all'amore ed accoglie il Signore. Nel suo cuore non c'è spazio per indugiare, per l’autoanalisi, c'è solo l'urgenza dell’invito di Gesù. Accoglierlo è permettergli di entrare, fargli spazio, dimenticare se stesso perché si senta a casa sua; c'è premura, dialogo, incontro, scambio. Accogliere è lasciarsi amare dal Padre: “Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Gv 13, 20) : e questo è fonte di gioia. “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11) .

“Alzatosi”. Zaccheo non resta seduto: è risorto. Per lui è incominciata una vita nuova, ha ritrovato la sua dignità di uomo, di figlio di Abramo, di membro del popolo eletto, erede delle promesse. Quando lavorava al banco delle imposte, era seduto: nasconde la sua piccolezza, incassa e non guarda in faccia a nessuno. Adesso è in piedi: non più nell'ansia dell’avere, del possedere, ma nella dinamica del dare. Per la folla è "un peccatore", ma per Gesù è una pecora smarrita, che è stata ritrovata. Zaccheo ha accolto la misericordia e le sue esigenze. Ha capito in un attimo che “l'amore copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4, 8). Inizia a dare ciò che ha accumulato, ritrovando la sua dignità di persona in relazione con Dio e con i fratelli. Toccato nel cuore dallo sguardo di Gesù, è pronto a cambiare vita.

“Alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». In Zaccheo scatta la novità. La novità passa dalle sue tasche: passa attraverso la restituzione di ciò che ha rubato. Quando s’incontra Gesù la vita cambia. Il cristiano vero, quello che ha incontrato Gesù, è un risorto, che non ha paura di cambiare vita, che sperimenta in questo cambiamento la salvezza, l’amore, la felicità.

«Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Perché nella vita ogni giorno ci si possa “rialzare” e “salvare” è necessario l’incontro con Cristo. Quel sentirsi amati per primi dispone al riparare “quattro volte tanto” làddove prima è stato fatto del male. L’incontro con Gesù rende possibile ciò che la logica corrente riteneva impossibile: un pubblicano che apre la sua casa ed il suo cuore a Dio e al prossimo. Tanto da mettere mano anche “al portafoglio”, per riparare i torti commessi ed entrare in una nuova logica di condivisione. Ogni conversione, se vera, genera sempre gesti concreti di responsabilità e giustizia! Guai se dovessimo coltivare l’idea che per alcuni gruppi di persone non c’è salvezza! Saremmo farisei! Nessuno può ergersi a giudice. Neanche noi, che ci riteniamo suoi discepoli, possiamo fermarci ad additare, giudicare e condannare chi commette degli errori. La bella notizia, sempre attuale, che l’evangelista ci trasmette è proprio questa: Dio è sempre in cerca di chi si è perduto. A Lui interessa che tutti noi ci convertiamo, tutti, nessuno escluso. A Lui interessa che anche i nostri fratelli mafiosi si convertano. Di fronte alle forze del male che sembrano così tanto radicate nella nostra terra un dubbio rimane: forse noi cristiani non abbiamo fatto quanto avremmo potuto fare. Forse la nostra mentalità accondiscendente, i nostri compromessi, le malefatte e la nostra stessa cattiva testimonianza non hanno reso affascinante e attraente la nostra fede cristiana.

Care sorelle, la professione vi impegna totalmente: non si tratta semplicemente di osservare delle regole, quanto di aderire al Signore con amore incondizionato e totale. Adesione questa che tocca tutta la vostra vita: gli affetti, la volontà, l’intelligenza, tutte le vostre forze. È un’offerta completa di fedeltà, un sacrificio di lode che una donna può vivere, in piena libertà, solo se sostenuta dalla grazia ed è disposta a lasciarsi prendere dal Signore interamente. 

Pregare continuamente per essere degni del grande dono della vocazione è quello che san Paolo ci chiede questa sera. L’invito a pregare non è solo per le sorelle che emettono i voti perpetui, ma anche per sr Maria Carina, sr Maria Ruby Eden, sr Maria Magdalena, che oggi ricordano con gioia e gratitudine il loro 25° anniversario di vita religiosa. Salga per loro cuore un inno di ringraziamento al Signore. E’ l’inno di ringraziamento di tutta la Chiesa, che gioisce per il loro servizio di amore.

La Vergine Maria, che tanto ha accompagnato questa Famiglia religiosa, possa essere per tutti modello di sequela e di generosa donazione. Amen.