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Il non finito calabrese è finito (chi si prenderà la mia terra?)

  •   Gioacchino Criaco
Il non finito calabrese è finito (chi si prenderà la mia terra?)

di Gioacchino Criaco - Nessuno, da tempo, alza più pareti di mattoni nudi, crudi da lasciar cuocere al sole in un tempo incalcolabile. Le case le fanno i pochissimi che hanno sostanze e lavoro in loco, e le concludono fino all’ultima goccia di stucco. Il non finito è stato il patrimonio dei poveri, dissipato, buttato al fiume per l’idea di un ritorno, del tenere unita una famiglia, che è morta e sepolta. Il non finito non è stato un fenomeno di incultura, ma l’ultimo tentativo di resistenza di un’altra cultura, quella sconfitta. Un azzardo pacchiano, esagerato, ingenuo: il rientro magnifico, senza buchi nei calzoni, il prendere il trofeo e portarselo giù per metterlo in vetrina e ammirarselo per sempre, insieme alle generazioni future che avrebbero avuto il diritto di restare a casa se lo avessero voluto, grazie al sudore delle generazioni passate. Non è accaduto, e case troppo grandi sono rimaste a prova di una speranza tradita, a dimostrazione che il sistema è beffardo, a testimonianza di un tradimento e di un auto-tradimento. Le famiglie non si riuniranno più, e per sempre, per sempre saranno i rivoli insignificanti di una diaspora calabrese che s’è mangiata milioni di vite e ora si stuzzica l’appetito sgranocchiandosi le esistenze rimanenti. E che ridere, o che piangere, per gli intellettuali che negli ultimi decenni hanno bollato le storie di emigrazione come obsolete, passate e trapassate, prive di ogni valore letterario. A noi calabresi l’emigrazione ci ha mangiato, finirà di farlo completamente nei prossimi decenni. Resta chi ha la possibilità di farlo, non perché sia eroe, parte chi non ha la possibilità di restare, non perché sia codardo. Alla fine ci sarà una presenza esigua, fisiologica, di quelli che il posto glielo garantisce il governo, il pubblico; di quelli che il posto hanno saputo ritagliarselo con una bravura che non tutti possono avere, e hanno avuto, e se continueranno ad avere, la fortuna che un governo o un malandrino non glielo abbia levato o decida di levarglielo. E le case enormi, sfinite dall’attesa, saranno vuote anche dei passi felpati degli anziani, trascinatisi di stanza in stanza ad attendere una fine liberatoria. E chissà come andrà a finire, chissà a chi andrà in mano la nostra terra vuota, chi calpesterà pavimenti antichi posati a terra con le molliche dai nostri padri. Chissà se accadrà come in Africa che intere nazioni sono diventate proprietà cinese, della finanza. Chissà se verranno da Oriente o caleranno da Nord padroni nuovi, a perdere la vista sul velluto dello Jonio, a mozzarsi il fiato sui nobili contrafforti dell’Aspromonte, che hanno resistito a tutto ma non alla nostra resa. Partiamo da un secolo e ci siamo conquistati solo l’obbligo di continuare a partire, il sangue lo abbiamo versato per ammonticchiare mattoni che nessuno coprirà d’intonaco, ad acquistare terre che resteranno incolte. Ad andare via continuando a raccontarsi bugie di un ritorno che arriverà per pochi. Il non finito vero, in Calabria, sono i calabresi, un popolo, ormai, solo d’Avvento.