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Calabria: il divieto di normalità e l’importanza di un movimento territoriale

  •   Gioacchino Criaco
Calabria: il divieto di normalità e l’importanza di un movimento territoriale

di Gioacchino Criaco - La storia ci ha condannati e i calabresi non si sono opposti, quelli che hanno resistito sono stati spazzati via, cancellati loro e le loro storie: di chi ha combattuto vive solo qualche ricordo orale, poco per provare l’esistenza di un popolo altro dalla genia spaurita del presente. È una storia che arriva da lontano, secoli e secoli di occupazioni straniere che hanno avuto un unico scopo: dominare, mai costruire. A questa logica si è attenuta anche l’ultima e perdurante occupazione, quella italiana. Chiunque sia arrivato ha imposto una classe dirigente funzionale all’occupante, creando un potere locale buono per ogni stagione, un mostro che dall’imposizione è passato all’auto-imposizione. Per questo nulla cambia, e nulla potrà mai cambiare. Governi chiunque a Roma, in Calabria governeranno sempre gli stessi, col cambio, soltanto, del colore della casacca. Nessuno mai ha pensato al Sud come una terra normale, e per questo i tentativi dei pochi, dei singoli, hanno sempre fallito. Oggi, il modello unico della normalizzazione sembra sia il commissariamento, che se funzionasse la Calabria sarebbe un bel posto. Non c’è ente, amministrativo, pubblico, politico che non abbia avuto un commissario, giunto con le credenziali migliori e ripartito con situazioni immutate. C’è mancato il commissario all’amore, da introdurre dentro i talami per normare le pulsioni del cuore. E come si possono difendere certe Asp, taluni ospedali, comuni? Dentro il loro sfascio basterebbe poco a riportare vittorie. Invece contiamo sconfitte. Secoli e secoli a costruire anormalità, e lo Stato attuale non ha una normalità da portare in trionfo. Il rischio, spesso, è quello di difendere l’indifendibile, senza poter dire che pure lo sfascio peggiore nasconde virtù: che ci sono eccellenze negli ospedali, nelle università, nei tribunali, nei comuni. Eccellenze come eccezione, però, non come regola. Chi impone scelte governative, politiche, dovrebbe avere una vista aguzza che non ha, perché dovrebbe avere occhi locali che non usa. La politica nazionale pesca in quella locale, attinge alla classe dirigente di zona. Eccolo, il solito potere locale prima imposto che poi si è auto-imposto. Così, mentre nulla è come sembra, nulla continua e continuerà a cambiare. I partiti tradizionali, da Roma o da Milano, ripresentano la solita esiziale gente, e i partiti nuovi sono così terrorizzati di ritrovarsi in corpo i carnivori dei primordi che rinunciano a provvedersi di una nuova classe dirigente calabrese che abbia la capacità di spiegare dove stia il bene e dove no, quali siano le eccellenze da dividere dalle indecenze. E nessuno mai potrà dare le indicazioni giuste finché non ci sarà un movimento politico territoriale forte, estremamente forte, che possa indicare o costringere a scelte giuste la politica centrale.