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Santa Cristina. Il nespolo conteso

  •   Pino Gangemi
Santa Cristina. Il nespolo conteso

L’albero della casa davanti a don Giannino si era adagiato fino a poggiare il suo tronco sull’orto e sulla piccola abitazione di fianco. Colpa dei forti venti, ma anche di una fragilità delle radici che poggiavano sul ciglio di una rasula e, quindi, avevano sempre avuto uno scarso appoggio su un lato. Lo salvava dal caminetto, nobile destinazione una volta tagliato in ceppi, il fatto che continuasse a fare frutti. Nespole gustosissime apprezzate da tutti: dal vicino don Carmelo che entrava dal suo orto, appoggiava una scala alla propria casa e si serviva dei frutti dell’albero; dai ragazzi che entravano nell’orto di compare Carmelo, dalla parte da cui don Giannino non poteva vederli, salivano sul tronco piegato quasi orizzontale e si riempivano i fazzoletti; dagli sfaccendati del bar che, per qualche lira, e per fargli dispetto, mandavano i ragazzi a prendere le nespole per loro. 

Non c’era anno che non scoppiasse una grossa litigata tra vicini, con qualche genitore dei ragazzi o con i compaesani al bar. 

E dopo ogni litigata, Giannino finiva per urlare: «Maledetto vento e maledette radici». 

Quella maledizioni delle radici gli sfuggiva sempre e doveva rimangiarsela. «Benedette radici! Benedette radici!» Come se l’albero avesse orecchie e si potesse “inalberare” per la sua maledizione. 

L’avvocato a cui si era rivolto lo aveva lasciato deluso. «Lei mi dice che entrano i vicini e la derubano stando dal proprio orto e che i ragazzi entrano dall’altra parte della casa. Mi sa che c’è poco da fare. Il rischio che voi perdiate la causa è molto alto. E se la vinciamo la causa e viene loro intimato di non toccare le nespole, possono anche chiedervi di abbattere l’albero per tutta la parte che è dentro il loro orto» «Possono?» «Possono! Ne hanno diritto. Vi conviene mettervi d’accordo!».

Don Giannino uscì incavolato nero dall’abitazione dell’avvocato. Anche perché quello si era fatto pagare e lui ci aveva rimesso dei soldi. «Bel consiglio che mi ha dato! Lo stesso che da anni mi danno mia moglie e i miei figli. E non sanno niente di leggi. E che faccio? Pago anche loro per questo bel consiglio?». 

Rimuginava mentre tornava a casa: «Io non vado da un avvocato per farmi dare consigli di buonsenso. Vado da un avvocato perché conosce la legge e mi può aiutare a fare la guerra e a vincerla. Anche un avvocato pacifista mi doveva capitare. Ma, se mi consigli da pacifista, perché ti devi far pagare?». 

Poi pensava che quello si era fatto pagare e concludeva: «Pacifista e disonesto!». 

Alla fine dovette accordarsi. Quando le nespole erano da raccogliere, appoggiavano la scala al tetto della casa e salivano su questa per arrivare ai frutti. Poi dividevano in parti uguali. I vantaggi don Giannino li aveva visti subito: minore fatica; più frutti raccolti perché prima era costretto a poggiare la scala sul tronco e poteva sporgersi poco, adesso con la scala messa anche nell’orto del vicino. Ai ragazzini era diventato difficile accedere ai frutti perché compare Carmelo lo aveva proibito e controllava che non avvenissero ingressi indesiderati nel suo orto. Era finito che don Giannino ci aveva guadagnato in quantità di frutti. Ci stava, però, rimettendo nella salute dei suoi nervi. 

Innanzitutto per il modo in cui il vicino scacciava i ragazzi che volevano entrare nel suo orto e avvicinarsi, come da tradizione, alle nespole. Urlava forte, per farsi sentire da tutti e soprattutto da don Giannino: «Andate via! Non tornate più o sono guai! Metà di quell’albero e di quei frutti sono miei!». 

Quindi perché compare Carmelo, quando metteva nel suo piatto le nespole della sua metà dell’albero, si affacciava alla finestra per farsi vedere da don Giannino. Se ne otteneva l’attenzione, faceva dei gesti come per magnificarne il colore e le forme delle nespole, altri come per magnificarne il gusto e la maturità. E solo dopo questo rito, le mangiava. Lentamente. E se don Giannino non dava sazio e teneva la finestra chiusa, chiamava accanto a sé il figlio più piccolo. Gli consegnava un nocciolo di un frutto appena mangiato. Questi lo poneva tra il pollice e il medio e schioccava il medio lanciando il nocciolo verso la finestra. Aveva una mira perfetta e colpiva sempre. Don Giannino sentiva il ticchettio dei noccioli, gli saliva il sangue alla testa e ricominciava a maledire le radici dell’albero per poi pentirsene subito dopo.


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