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Il racconto. 'Ntoni 'ill'ortu

  •   Pino Gangemi
Il racconto. 'Ntoni 'ill'ortu

Me lo ricordo basso, magro, brutto, vecchio e stortillato. Coltivava, in affitto, l’orto di Mallomo. Per tutti era ‘Ntoni ‘ill’ortu. Mai soprannome fu più appropriato. Il mestiere che aveva fatto tutta la vita lo aveva modellato nel corpo. Giunta la vecchiaia, la schiena non lo reggeva più dritto, e gli imponeva un perenne inchino. Rifiutava però il bastone, segno manifesto della vecchiaia. Aveva muscoli ancora agili e scattanti, ben allenato dalla continua pratica dell’orto. Vederlo muoversi e saltare nella prima rasula, attento a calpestare il meno possibile e nei punti giusti le celle di orto da lui stesso scavate, separate da soffice terra di altezza uguale e livellate per favorire lo scorrere dell’acqua, era uno spettacolo. Rimanevo a guardarlo a lungo, davanti a casa mia, con le braccia appoggiate alla balaustra, oltre la quale cominciava subito l’orto. Nel punto più lontano dalla mia vista, dove la strada curvava prendendo un rapido avvio verso l’alto, c’era una gebbia, annualmente lavata e pulita da ‘Ntoni, piena dell’acqua che proveniva dalla fontanella nella piazzetta. Un palo, conficcato con stracci nella base, impediva che l’acqua si perdesse scorrendo verso il fondo della valle. ‘Ntoni toglieva il tappo della gebbia e correva con salti a serpentina precedendo l’acqua: il piede sinistro saltava fino a poggiarsi sulla base dell’armacera che sosteneva la strada, il destro alla base del tumuletto di terra che separava le celle dell’orto, attento a non disfare il minuzioso lavoro di costruzione e livellatura delle aiuole. Quando l’acqua riempiva tutta la cella, con un solo preciso colpo di zappa, ‘Ntoni apriva un’altra aiuola, precludendo l’accesso dell’acqua a quella già piena. Un altro colpo e chiudeva l’accesso a quest’ultima. E così via. La chiusura finale delle celle vicine al foro di uscita guidava l’acqua alla rasula più in basso, dove ricominciava il lavoro di irrigazione. E si riprendeva identicamente nelle rasule successive. L’irrigazione dell’orto veniva fatta due volte al giorno, tutti i santi giorni, domenica compresa. Guardavo con attenzione quello che veniva fatto nella rasula più in alto, dove avevo ‘Ntoni a poche decine di centimetri dai miei occhi. Poi, quando passava alla rasula successiva, ritornavo ai miei giochi. Tornavo a guardarlo la sera quando, al tramonto, terminava la sua giornata. Apriva il cancelletto vicino alla gebbia, risaliva i tre scalini, appariva sulla via piegato nel suo profondo inchino. Solo pochi attimi. Alzava la zappa, se la poneva sulla spalla destra e piegava le ginocchia per riuscire a tenere verticale la schiena. Pochi passi e spariva rapidamente alla mia vista. Il giorno in cui si rese conto che non poteva camminare senza l’aiuto di un bastone, si mise a letto e lentamente si spense. Fu sostituito, ma non subito, da un più giovane agricoltore. Per un paio di anni, l’orto restò incolto. Erbacce si formarono subito su tutte le rasule. Esse rimasero per sempre nella prima, la migliore, la più produttiva, la più curata da ‘Ntoni. Perché il livello, della rasula più alta, era appena più in basso, di poche decine di centimetri, rispetto al foro di uscita dell’acqua della gebbia. Lo stretto pezzo di terra, sotto il cancelletto d’ingresso, veniva colpito dal veloce getto d’acqua che usciva dalla gebbia, più forte quando questa era piena. Bisognava continuamente curare quello stretto passaggio per impedire che venisse frantumato dal getto d’acqua. Ci voleva tanto lavoro e tanta fatica. Ma soprattutto maestria, che ‘Ntoni aveva in abbondanza, mentre difettava nel nuovo arrivato. Quest’ultimo rinunciò subito a tenere a orto la rasula più in alto. Infine, rinunciò a tutto l’orto che fu abbandonato. Una tristezza. L’orto di Mallomo è diventato terreno edificabile. Qualche anno dopo, una mattina, mentre mi impigrivo nel letto, sentii provenire da fuori, molto vicino, il rantolo con cui i contadini accompagnano il movimento della zappa che finisce affondando nel terreno. Proveniva dalla parte della mia casa che dà sul Borgo. Mi affacciai e vidi i fratelli Speranza tentare di ricostruire un orto anch’esso ormai da tempo abbandonato. Restai a guardarli per qualche minuto. Fin quando non mi resi conto che si riposavano quasi ad ogni colpo di zappa. Con una smorfia di scetticismo, chiusi la finestra e scesi a fare colazione. Qualche settimana dopo, sentii provenire dalla mia finestra le urla di un forte litigio. Mi affacciai e mi accorsi che i due fratelli avevano costruito le celle dell’orto e avevano aperto la gebbia per irrigare. L’acqua aveva riempito solo metà della prima aiuola: era stato sbagliato il livellamento. I due fratelli litigavano attribuendosi reciprocamente la colpa. ‘Ntoni era basso, magro, brutto, vecchio e stortillato, ma nel suo mestiere era un gigante.


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