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L'editoriale. Noi il gregge

  •   Antonella Italiano
L'editoriale. Noi il gregge

Rossella non aveva compiuto vent’anni, che fu costretta a partire. La candelina a dire il vero la spense in quella stanza d’ospedale, e questa sembrò quasi una beffa, che si aggiungeva al già grande dolore. La storia che vi voglio raccontare però non è la sua, perché Rossella trascorse una vita serena, allegra e rassicurante e l’incoscienza del male gliela mantenne tale fino alla fine. Anche se arrivò troppo presto. Sua madre l’aveva tenuta sempre accanto a sé, aveva giocato con lei, le aveva parlato, le aveva insegnato tutte le arti che conosceva, a lavorare a maglia, a cucinare, a ridere delle cose a cuor leggero. A camminare forte e sicura per le strade.

Ecco, c’è sempre una prova che ci mette davanti ai nostri limiti di uomini, alla consistente differenza tra le parole - predicate ad ampio raggio - e i fatti. Ed è là che viene fuori il volto vero, lo spessore dell’individuo. E insospettabili “tutti d’un pezzo” si riscoprono codardi o meschini, e i più deboli, sulla carta, dei cuori d’acciaio.

La mamma di Rossella più che il cuore ebbe forte lo stomaco, perché chiuse in esso le lacrime e le paure, non confidò a nessuno quale terribile sorte la stesse attendendo, e accompagnò la figlia fino al suo ultimo giorno, sempre sorridendo. E le prospettò un gioioso ritorno a casa, le disegnò un futuro e dei progetti, e persino quando la sua bimba accennò a chiudere gli occhi lei, pilastro di quella vita spezzata dal male, le fece credere che fosse solo sonno, facendo pratica la teoria. E Rossella camminò forte e sicura sulla sua nuova strada. Ed io, dopo quasi trent’anni, resto sbalordita dinnanzi alla prova di questa mamma. E mi chiedo cosa si possa pensare, provare, davanti a un dolore del genere, e come inventarsi tanta forza. Ma ogni volta che solo mi avvicino all’ipotesi, un carico di angoscia mi schiaccia il petto, e scendono svelte le lacrime, si stringe la gola.

Incredibile, piango per nulla. Ma non è nulla, è paura. La paura che qualcosa di invisibile, incontrollabile, divori le certezze che faticosamente tento di costruire. O peggio ancora che esso tocchi le persone a me più care.

Non è il destino. Il destino può fare ben poco quando siamo noi, con i nostri “politici per professione” e i nostri “uomini d’onore”, ad avvelenare l’acqua, l’aria, la terra. E ci facciamo incantare dai giochi di prestigio di chi ci sta svendendo, nel frattempo, al migliore offerente. Gente dal cervello corto, la crema che ci siamo scelti, così tanto vorace da non accorgersi, a sua volta, di starsi ingozzando dello stesso nostro veleno. E di averlo dato in pasto ai figli, insieme alla macchina e al vestito nuovo.

Io ho paura di questo cancro. Perché vedo troppi ragazzi in lista negli ospedali, e tanti amici che ancora combattono, intervento dopo intervento. E mi spaventa che tanti problemi ambientali vengano sottovalutati, tenendo per capro espiatorio la sorte. Si sono presentati alle nostre case politici inutili, attratti dalle poltrone perché incapaci di fare altro mestiere: e li abbiamo votati. Sono stati stampati giornali faziosi, riempiti dalle loro belle facce, e da pettegolezzi e infamità per vendere meglio: e li abbiamo comprati. E nonostante i noti susseguirsi di fallimenti e ristampe - nel secondo caso - e nonostante i commissariamenti e le delusioni - nel primo - siamo stati sempre coerenti, noi, il popolo. A leggerli. A votarli. Noi siamo il gregge che attende con ansia i premi in piazza, intitolati a questo o a quello scrittore, che sempre in meno sanno chi sia stato, spesso neanche gli organizzatori. E dietro all’ingenuo entusiasmo del gregge, che serve solo a fare numero, o degli ospiti, che fanno numero anche loro, si giustificano migliaia e migliaia di euro. Invisibili. Così nascono associazioni, fondazioni, liste “civiche”, così si assegnano gli appalti, così è tutto.

Questo nostro giornale, che ha un immenso rispetto e una grande coscienza della forza del mezzo stampa, è destinato a spegnersi presto, proprio perché non battezzato. Ma desideriamo, finché sarà possibile, che sia una voce forte contro le centrali, contro le discariche, contro le trivellazioni, contro l’ignoranza dei fatti e l’ignoranza culturale, contro ogni tipo d’inquinamento, materiale e morale, che potremmo facilmente evitarci. Contro il male che divora questa terra, e che divora gli uomini che la abitano. Da troppi anni ormai. Io ho paura di questo cancro, perché vorrei vivere abbastanza per veder crescere mia figlia, ma non così a lungo da vederla andare via.


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