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Antonella Italiano

Antonella Italiano

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L’appello del Sindaco di Africo: il pregiudizio non può fermare la democrazia

Francesco Bruzzaniti, giovanissimo sindaco di Africo, è stato eletto il 13 novembre 2016. Ha avuto meno di tre anni per provare a cambiare un paese che, dal 1951, ha il cuore che batte nel suo borgo montano, distante dai ritmi e dalla vita delle marine attorno, ferito e additato in troppe occasioni.
La cittadina, all’epoca della sua elezione, veniva fuori da un commissariamento durato circa due anni, subentrato a sua volta all’ennesimo scioglimento.
“Per Africo” si è mostrata subito una lista coraggiosa, perché il coraggio – come sempre in questi casi - è nel raccogliere la sfida della candidatura e nel misurarsi con i percorsi virtuosi e austeri tracciati dai funzionari della Prefettura. Un duro banco di prova per un gruppo di giovani volenteroso ma nuovo ai percorsi amministrativi, e - proprio per questo - garanzia della svolta richiesta a gran voce dalle istituzioni: in forma e sostanza.
Sarà stato un passaggio obbligato l’arrivo - lo scorso 21 gennaio - di una commissione d’accesso inviata dal Prefetto per prendere visione di tutti gli atti amministrativi prodotti dal Comune di Africo dal 2016 (un lavoro che si è concluso circa un mese fa), ma è stato pur sempre un atto di sfiducia pubblica, che ha scavato ferite - tra l’altro già aperte - e che ha lasciato il segno.
Per questo motivo il Primo cittadino, oggi in attesa della decisione ministeriale riguardo al proseguimento o meno del suo mandato, ha invocato l’aiuto delle Istituzioni, scrivendo al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio, al ministro dell’Interno e al prefetto di Reggio Calabria.
Il timore dell’Amministrazione è che il lavoro avviato e tracciato con fatica in questi tre anni possa andare perduto, perché il cambiamento ad Africo lo porteranno i giovani ma se saranno felici e se potranno ancora credere nella Giustizia. «Chiediamo che si tenga alta l’attenzione sui ragazzi di Africo, che venga data loro occasione di riscatto come in altre comunità, che abbiano strumenti adeguati per costruirsi un futuro diverso da quello dei loro padri, e che questo sia sereno e ambizioso. Chiediamo che vengano seguiti – così come vorremmo continuare a fare - a livello scolastico, sportivo e sociale».
Africo, per essere giudicato, dovrebbe prima essere compreso. «Abbiamo chiesto alla Commissione d’accesso, che proprio in questi giorni ha consegnato la sua relazione al Prefetto, di valutare la nostra situazione tenendo conto delle condizioni economiche e sociali da cui parte il paese». E nell’ultimo, amaro appello i membri del Consiglio comunale chiedono «di essere giudicati personalmente per quanto fatto e non condannati a priori per sospetti o parentele. Africo è un piccolo paese con un alto tasso di pregiudicati, ma questo non può fermare la democrazia».
 
Antonella Italiano
Ufficio stampa Comune di Africo
Addetto alle pubbliche relazioni tra Enti per il progetto di recupero del borgo antico

Enzo Siviero, “l’uomo dei ponti”, sarà cittadino onorario del Comune di Africo

Si terrà ad Africo antico presso il Rifugio Carrà l’attesa manifestazione “Gente in Aspromonte”, giunta alla sua seconda edizione. Sarà una due giorni particolarmente intensa, che inizierà la mattina del 29 agosto nel cuore dell’Aspromonte e si concluderà venerdì 30 agosto nel suggestivo borgo di Bova.

«C’è una Calabria che merita di essere raccontata – riporta la nota diffusa dalla Regione Calabria, che organizza l’evento - c’è una Calabria laboriosa, operosa e infaticabile che esige una narrazione approfondita e onesta, che con fatti tangibili e buone pratiche amministrative e della società civile può consentire concretamente il cambiamento di paradigma e quindi un nuovo racconto credibile».

Molti gli intellettuali che parteciperanno all’incontro, aperto a chiunque volesse intervenire, e molte le attività in programma.

Ed è una vittoria per il Comune di Africo che già da mercoledì 28 agosto aprirà il calendario degli eventi con il conferimento della cittadinanza onoraria al rettore dell’università E-Campus, Enzo Sivierio.

Professore, architetto e ingegnere, Siviero è conosciuto nell’ambito tecnico come l’uomo dei ponti, perché esperto internazionale in recupero e progettazione degli stessi, mentre balza agli onori della cronaca nazionale per le teorie coraggiose e per le battaglie contro l’abbattimento del ponte Morandi di Genova: il primo ad ergersi in difesa del progettista che fu orgoglio italiano e dell’ingegneria.

Il rettore, già ospite di Africo durante il meeting del 12 giugno scorso, ha sposato la causa aspromontana, rendedosi subito disponibile alla costruzioni di ponti umani per oltrepassare le barriere culturali, oltrechè di ponti strutturali per rompere la secolare inaccessibilità dell’Aspromonte. Un connubio che farà bene a tutto il territorio.

La cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria si terrà mercoledì alle 17.00 presso il Municipio di Africo nuovo, e proseguirà presso la sede E-Campus (verso le 18.00 circa) con la lectio magistralis del rettore e l’apertura del nuovo anno accademico.

Il professore Siviero aprirà, il giorno successivo (giovedì 29 agosto), anche i lavori ad Africo antico.

Antonella Italiano

Ufficio stampa del Comune di Africo e addetta ai rapporti tra gli Enti per il progetto di recupero del borgo antico

I fiori di Africo

  • Published in Africo

È un giorno di festa per Africo. Oggi, nei beni che furono confiscati alla ndrangheta, si piantano con cura alberelli e fiori, con la certezza di far attecchire e crescere rigogliosa… la Bellezza.

La legalità non necessita di essere spiegata in comizi, convegni e commemorazioni (sempre troppo artificiosi, sempre tutti troppo uguali); la legalità si respira nell’aria normale della primavera: essa è gioia, spensieratezza, leggerezza. Per un compito così importante serve individuare dei giardinieri speciali, un po’ chiassosi e indisciplinati forse, ma davvero speciali: sono i bambini della scuola primaria dell’Istituto comprensivo Africo-Brancaleone. Una squadra (anzi cento) di diavoletti colorati, a cui il berretto mal nasconde gli occhietti furbi di chi la sa lunga.

Si sentono esultare ancora prima di arrivare all’orto botanico, nella traversa all’inizio del paese. Mettono le mani dappertutto, scavano nella terra, corrono alla fontana, perdono il cappello, chiedono una foto. Ma hanno un progetto ben preciso: ulivi e ginestre nel “giardino della memoria”, piante fiorite di ogni colore nel “giardino delle meraviglie”, piante aromatiche nel “giardino dei semplici”, alberelli di ciliegio e melograno nel “giardino dei frutti antichi”.

E lo realizzano alla perfezione, sotto lo sguardo soddisfatto delle maestre e sotto quello stupito dei lavoratori socialmente utili chiamati a dar loro una mano. In fatto di estro e di praticità i bambini – si sa - non hanno rivali. E che resistenza, nonostante il sole di maggio!

Di questo 24 maggio consacrato alla cronaca nera che, per i più grandi, resta ancora un ricordo doloroso.

Per i più piccoli, invece, sarà solo il ricordo di un giorno di festa: dotati di un cuore libero e curioso, hanno già imparato ad associare i nomi di Falcone e Borsellino alla vita e alla cura di essa. Quell’uomo baffuto e bonario che parla all’orecchio del suo “compagno” è già un loro amico.

Per entrambi, affinchè lo vedano dal Cielo, si dovrà fare un buon lavoro.

Ma il tempo di passare dall’orto botanico al verde attrezzato, che te li ritrovi aggrappati sugli scivoli, a fare la fila all’altalena, e ancora nella terra a scavare con forza per far posto ad altri fiori. Quando i grandi iniziano a dare segni di stanchezza, loro ancora non cedono. Ma la foto di gruppo è d’obbligo, e il duro compito di radunarli spetta proprio alle maestre (mestiere che richiede davvero una gran determinazione!).

Nella foto non può mancare il sindaco, Francesco Bruzzaniti, il consigliere delegato alla Cultura, Nunzio Zavettieri, e – soprattutto - il presidente della Commissione per le politiche sociali, il consigliere Domenico Violi, promotore dell’iniziativa. Presente anche l’infaticabile Arma dei Carabinieri.

Qual è il messaggio, sindaco?! Chiedo un po’ banalmente. E apre le braccia il giovanissimo Primo cittadino, come a voler circondare tutti quei nanetti: il messaggio sono i bambini, i veri fiori del suo giardino.

La storia banale del Ponte Morandi, vista dalla Calabria. Che lo spettacolo continui...

di Antonella Italiano - Il 14 agosto, di un’estate ancora lenta e afosa in Calabria, i notiziari urlano a gran voce del crollo del ponte di Genova, lo fanno per ore, commentando le dirette dei salvataggi. La pioggia lava il sudore e le lacrime di chi, con grande professionalità, mette a rischio la propria vita per salvare gli altri; ma lava anche le immagini e offusca i contorni delle storie, il grigio delle polveri del ponte si unisce a quello del Cielo, uniformando tutto in un bianco e nero surreale. «I morti dovrebbe essere 20, e 30 i dispersi…», «I morti sono saliti a 25 e 2 dei dispersi sono stati trovati…», «A Genova si allunga la lista dei corpi trovati senza vita…»; mentre si contano le vite come noccioline al gioco, in Calabria splende ancora il sole, ma la notizia arriva in fretta sotto gli ombrelloni, turbando le vacanze di gente distante da casa centinaia e centinaia di chilometri: morire per un ponte che si accascia su se stesso è così banale da divenire agghiacciante per l’opinione pubblica. Persino i costanti 40 gradi non smorzano i brividi. E le domande non tardano ad arrivare: come si può essere in pericolo facendo una cosa normale? Si impasta la rabbia con le paure, affiora la consapevolezza di essere miseri strumenti del benessere altrui. Tornano le sequenze: tasse, mancanza di lavoro, chiamata continua alle urne, promesse elettorali che neanche più emozionano, apatia al Sud e insofferenza al Nord. Eccola l’Italia del “ni” e del “passo” ad ogni mano!

Ma cosa è accaduto a Genova? La pioggia non butta giù i ponti e, se non è stato Dio tramite una calamità, chi è stato?

La storia del ponte Morandi diviene presto un fatto imbarazzante per l’Italia, perché è bagnata dal sangue di decine di innocenti, massacrati dalle lamiere delle auto che non hanno avuto pietà della loro giovane vita; capace per questo di piegare anche la più insofferente delle opinioni pubbliche: una storia che non ha la poesia della lotta e della Resistenza; che non tocca l’orgoglio nazionale o religioso come i grandi attentati; che non urla per opporsi al Cielo maledicendo i santi e gli eventi naturali. Tremendamente nostra, sorprendentemente mediocre, tristemente innaturale: ma così spettacolare nella sua trama drammatica da lasciare il mondo senza fiato. E con una domanda.

Chi è stato?

Servirebbe una cooperazione tra i migliori tecnici e ingegneri per stabilire le cause del crollo del ponte Morandi - tutt’ora sconosciute - prendendosi tempo per studi e rilievi, e avvalendosi di calcoli e strumenti raffinati. Urge una risposta, ma perchè non si cerca la risposta giusta?

Solo un esperto di politica interna potrebbe spiegarci le dinamiche di provvedimenti presi in modo concitato e tesi a chiudere i conti con la vicenda nel modo più veloce possibile per il “bene pubblico”; persino quando “l’urgenza” e i poteri straordinari che ne derivano non giustificano il predominio della trattativa privata su quella pubblica, né i costi (che saranno appunto pubblici e non privati), né le scelte tecniche che faranno scempio della pubblica storia. Solo il fattore “tempo” potrebbe sostenere la scelta di snellire alcuni passaggi. Se non fosse che il tempo, in questa vicenda, è già passato.

E ora?

A questo punto solo un bravo giornalista potrebbe toccare le corde giuste e risvegliare l’orgoglio della gente, ripudiando verità scritte a tavolino e scavando, guidato dall’intuito, nelle storie scomode che fanno male a chi le detiene e a chi le raccoglie. Al suo racconto dovrebbe unirsi la testimonianza dei calabresi che – loro malgrado - potrebbero spiegare all’Italia intera cosa sia una farsa, una strumentalizzazione, l’esproprio forzato della propria identità.

Intimamente legati a Riccardo Morandi, con cui condividono un gioiello di infrastruttura che dà lustro al capoluogo, i calabresi restano di sasso davanti alle immagini del 14 agosto; ma conoscono bene anche il resto del circo: la stampa degli impavidi e degli eroi che entra nei paesi a seviziare poveri ignoranti, stringendoli all’angolo e costringendoli a difendersi come cani rabbiosi e a masticare ingiurie e minacce, dimenticando che i grandi boss stanno a Milano o all’estero, e sono “grandi” perché ingozzati dal sistema che decide a monte “chi”, “dove”, “quando”, “che cosa” e “perché”. Le 5 W che già basterebbero per fare un buon pezzo. Ma nessuno lo scrive.

E mentre lo Stato, in Calabria, fatica a far credere nella sua buona fede, si susseguono i commissariamenti dei Comuni, alcuni - come quelli aspromontani - sono particolarmente gettonati. Poi le elezioni, in cui se il popolo si candida è perchè appoggiato dalle mafie, se non si candida è per lo stesso motivo. Quindi il campo resta libero per le star della politica.

Per sigillare il silenzio ci si è inventati il reato di “associazione mafiosa”: il primo reato senza reato. Per essere condannati a quattro anni di carcere per direttissima basta associarsi; per associarsi non serve tessera, né contributo, né santini da bruciare. A volte solo un caffè.

La Calabria, oltre al dolore e all’amore incondizionato per il progettista Morandi, ha molte cose in comune con la Genova di oggi: chi ci passa è già consegnato alla storia…

Di chi è la colpa, dunque?

Bisognerebbe cercare nel passato della città per scoprirlo. Ma nel farlo, rischieremmo di trovare soltanto le foto dei genovesi vestiti a festa: i momenti in cui l’Italia allungava la mano all’Europa ed essa l’afferrava. E tanti piccoli uomini in caschetto, coi volti bruciati dal sole e le espressioni tutte uguali, formiche dinnanzi a quel collosso in cemento armato, con “semplicemente” un uomo a dirigere il tutto, piccolo come loro ma dotato di quell’ingegno che raramente si manifesta e - quando avviene - è perché è destinato ad essere condiviso con tutto il mondo. Mente e braccia: quel ponte fu l’orgoglio di Genova, che fu l’orgoglio d’Italia e, con questa veste, presentammo i nostri ingegneri all’estero.

Tanta storia e cuore, dunque, ma ancora nessuna risposta.

Il 14 agosto, risucchiato dal Polcevera, è morto ognuno di noi, con la sua piccola o grande casa, la sua piccola o grande città, la sua piccola o grande famiglia. È morta la nostra dignità nazionale, quel Made in Italy svenduto per pochi spiccioli alle multinazionali.

La colpa, in sostanza, la daremo a Morandi, ché i morti non pagano e soprattutto non parlano, alimentando il dubbio di qualche sua leggerezza; poco importa di cosa penseranno i calabresi di questa menzogna o del mondo che ci guarderà allibito.

Quello italiano sarà il trionfo dei luoghi comuni: “la storia la scrivono i vincitori”, “lo spettacolo deve andare avanti” e “il fine giustifica i mezzi”. Nasceranno nuovi eroi, mentre il ponte agonizzante finirà macellato e diverrà carne per rimpinzare il popolo e condannarlo, a pancia piena, a oziare dormiente. Ci sarà fama per i giornalisti, passerelle per i politici, un gruzzoletto di voti da investire per assicurare le poltrone. E giovani star rimpiazzeranno le vecchie glorie. Chi cercherà di rovinare la festa verrà tacciato di follia, disfattismo, allarmismo. Perché nessuno potrà fermare lo show: e sarà un tripudio di fuochi e colori. Così strepitoso, così suggestivo, che piacerà persino ai calabresi.

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