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Pinticudi, la montagna dalle cinque code

  •   Francesco Bevilacqua
Pinticudi, la montagna dalle cinque code

Un sibilo nel silenzio. L’aquila, dalle ali raccolte su se stesse, è una freccia lanciata nel cielo di cobalto. Ci acquattiamo nella macchia di lecci. Da un lato, la dirupata pietraia che abbiamo risalito, dal versante del Torrente Zighìa. Dall’altro, il pauroso burrone che precipita verso le gole del Torrente Cosazegrò. L’aquila riappare, pochi istanti dopo, da dietro l’imponente parete del Monte Pinticudi, la montagna dalle cinque code, l’ascetica piramide con la schiena di drago che domina questa parte dell’Aspromonte orientale. Il rapace raggiunge il centro della scena e disegna gioiose evoluzioni nell’aria. Poi, quando stende le ali per planare, le penne scure sulla punta delle ali si sollevano, evidenti, verso l’alto. Studiamo la sua livrea, i suoi gesti, le sue forme, i suoi colori insoliti. E’ la rara Aquila del Bonelli. Siamo venuti sin quassù tentando una digressione. Lasciato il sentiero principale, abbiamo seguito una traccia di capre. E capre vediamo sulla sella fra due imponenti torrioni di roccia. Una ventina. Le capre fuggite alla custodia di Rocco, il pastore di Camuti Superiore, dalla cui casa siamo partiti stamattina. Ci ha raccomandato di cercarle: deve riportarle all’ovile prima che si inselvatichiscano. Come già altre ve ne sono, libere da padroni, fieramente anarchiche in questi monti impervi e solitari. Segnaliamo a Rocco la posizione e ridiscendiamo sul sentiero principale. Stamane ho dovuto dar fondo alla mia memoria nel ritrovare la via. Alessandro ed io siamo gli unici umani che oggi solcano questi luoghi perduti. Qui non viene quasi più nessuno. Il sentiero non è segnato. Anzi, è scomparso in più punti, inghiottito dalle eriche e dalle ginestre. Alessandro mi ha appena donato un libro che D.H. Lawrence scrisse prima di morire: “Apocalisse”. Ci riversò la sua straordinaria concezione della vita come unione fra corpo e spirito. Saliamo come due lupi. Che cercano libertà, silenzio, solitudine, bellezza … e verità. Non quella verità che esce dalla bocca dei saggi, dalle speculazioni dei filosofi, dalle omelie dei preti. La verità, piuttosto, che si cerca fra le magioni incantate di ciò che fu creato dalla divinità primeva e che, abbandonato dall’uomo - nuovo creatore avido di artifici - è tornato al suo stato originario. Ecco il punto in cui dobbiamo lasciare il sentiero e prendere la pista segreta. Arranchiamo nel bosco, stretti fra un canalone e un’enorme parete di roccia. Sino allo scoperto, sotto una lunga e alta fenditura obliqua, tappezzata di muschi e licheni, perennemente stillante d’acqua. Saliamo fra le eriche basse fino alla grotta di Nino Martino, leggendario brigante d’Aspromonte. Ma la grotta, prima di lui, era servita ad altri, agli eremiti italo-bizantini che cercavano Dio nella solitudine dei boschi della Calabria. La parte più infida del cammino. Per raggiungere la prima “coda”, la più alta fra le rupi che costellano la schiena del drago, occorre innalzarsi su una cresta sfasciata ed esposta. Passiamo, timorosi, e siamo in cima. Il vento spazza la sommità. E il paesaggio si apre in un cerchio luminoso, reso fluido dalle nubi che s’inseguono nel cielo. Dopo il cuore, i polmoni, le gambe, è il momento degli occhi. Che cercano riferimenti familiari: il Mar Ionio, la costa, i piccoli paesi ai piedi delle pendici, il nereggiare dei boschi, le bianche ferite delle frane, il grigio delle rupi, i profili mostruosi dei crinali, le spire delle gole fluviali. Avverto presenze nella macchia: un ariete dalle grandi corna mi osserva immobile, la pelliccia scarmigliata. Non ha più il campanaccio. E’ tornato libero. E’ l’incarnazione di una divinità silvestre. Vive fiero nelle selve, tiene testa ai lupi e ai cinghiali. E qui morrà un giorno. Mi guarda con compassione: sa che la mia è solo una fuga, un’evasione. Avverte che tornerò nella mia prigione cittadina. Perciò fugge, in un fruscio di rami e un rotolare di pietre. Sento che il Pinticudi è il mio Tabor, il mio Olimpo, il mio Fuji, la più sacra fra le montagne della mia vita, quella dove anch’io potrei rimanere per sempre, come un animale, un albero o solo un piccolo frammento di roccia. Leggo da Lawrence: “Io sono una parte del sole come il mio occhio è una parte di me. Che io sia una parte della terra lo sanno anche i miei piedi, e il mio sangue è una parte del mare”. 

Nelle immagini: scorci del Monte Pinticudi, Ciminà, Aspromonte orientale, Calabria.

Foto Francesco Bevilacqua


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