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“Luci della memoria” poesie di F. Blefari

“Luci della memoria” poesie di F. Blefari

di Bruno Salvatore Lucisano - Quando Franco mi manda un messaggio e mi chiede se ho letto il suo ultimo (per ora) libro di poesie, è evidente, che vuol sapere cosa ne penso. E allora io, per prendere tempo, gli ho risposto che lo sto leggendo. In verità, l’avevo già letto “Luci della memoria” e lo sto rileggendo, non per dare un giudizio (non sono all’altezza), ma per far sapere a un amico cosa ne penso.

E prima di parlare di poesia, perché “Luci della memoria” è un libro di poesie, voglio dirvi cos’altro è, questo libro.

E allora in queste 448 pagine vi è riposta, la storia, la geografia, gli usi, i modi, i costumi, i detti, i comportamenti, le abitudini ecc. ecc. di una civiltà in via d’estinzione. Di una civiltà, nell’accezione più gloriosa del termine, che mai più tornerà. In questa struggente nostalgia, nelle ferite mai rimarginate, nella gioia e nel più profondo e infernale dolore, è risposta la poesia di Franco Blefari. Perché in queste pagine di poesia popolare e non solo, c’è la cultura e la storia di un paese e quindi della Calabria. C’è la memoria che racconta una storia. E Franco è, prima d’essere un grande poeta, memoria storica.

È poeta popolare, è ironico, è scherzoso. Ha l’abilità di mettere in rima, qualora gli venga richiesto, anche una scopa poggiata sulla porta d’ingresso di una baracca. Anche lo starnuto di un cane. Solo uno così può scrivere farse.

Ma è poeta dell’anima Franco. Di un’anima che esce fuori, ferita e distrutta, quando è costretta a raccontare quella che può considerarsi la più grande disgrazia che possa capitare a un genitore, e cioè, la perdita di una figlia.

Da questo stato di sofferenza, da questo stato di dannazione che trova sollievo, solo nella sua fede e nell’amore della famiglia, nascono le sue migliori poesie.

Non c’è dubbio che le strofe dedicate alla figlia, siano le più intense e commoventi. Franco la piange con la poesia e, dalla poesia, trova conforto. Quando mette il punto all’ultimo verso, tira un sospiro di sollievo, tra una lacrima e l’altra. Pensa in cuor suo che la figlia l’abbia ascoltato. E in questa speranza, trova sollievo. In questa illusione trova consolazione. Nella fede, trova riparo.

Franco è nella storia della poesia popolare calabrese, per la sua produzione infinita e per le sue qualità. Franco è nella storia perché, e questo lo dico io, è tra i primi poeti polari e dialettali di sempre della Letteratura Calabrese, dal 1600 ai giorni nostri. Ma non tra i primi cento…tra i primi cinque.

Certo di quest’ultima affermazione me ne assumo la grande responsabilità e, sono sempre pronto a confrontarmi con chi dovesse pensarla in modo diverso. Ma le straordinarie prefazioni di C.A. Pascale e di Lucia Perri, mi fanno capire che non sono il solo a pensarlo. Anche se questi, essendo persone serie, non fanno classifiche.

E ora un piccolo segreto che mi sono tenuto fino a questo momento in cui scrivo.

Parlando un pomeriggio con il compianto Professore Crupi, pochissimi giorni prima della sua dipartita, tra l’altro mi ha detto: Ma perché si ostinano a mettere titoli in italiano a libri in dialetto?

Io l’ho guardato e gli ho risposto: Ma chi cazzu sacciu!

Dalla risposta e dalla parolaccia, è chiaro che la penso come lui.

È questa l’unica critica a un libro che dovrebbe essere presente in tutte le librerie delle scuole calabresi.

Se librerie soldi e cultura viaggiassero insieme.

È la fede che traspare in ogni verso, il malessere, la nostalgia, la pena, la poesia…: “Elena comu fazzu senz’e tia/ammondavanzi, comu ndaju a fari?/Si spiju a Cristu, ch’è a bacchetta mia,/pammi ripigghiu ammata…a camminari."

E tu, con fatica, continua a camminare e, ovviamente, a scrivere.

Un caro saluto.


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