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Lo sposalizio dei miei

  •   Rocco Palamara
Lo sposalizio dei miei

 di Rocco PalamaraMia madre aveva compiuto i diciotto anni e buoni due di fidanzamento quando  stava per convogliare a “giuste nozze” con mio padre. Ma all’approssimarsi del fatidico giorno i mie nonni ancora non avevano potuto riservarle nemmeno un lenzuolo né un cuscino per la dote, e neppure si intravedeva la possibilità di comprarle almeno una veste nuova. Le ultime risorse si erano esaurite l’anno prima per lo sposalizio dell’altra figlia più grande andata in sposa a mio zio Sebastiano, cugino di mio padre.  

Mio nonno, che aveva avuto tardi i figli ed era già anziano, coltivava a mezzadria un grande campo della lontana contrada Carazzi che solo per arrivarci faceva tre ore di cammino. Fortuna però che quell’anno incorse in una buona annata e fece un raccolto memorabile: 17 tumuli di granturco, equivalenti a circa 8 quintali di pannocchie. Una vera manna per i canoni paesani e anche se bisognava decurtarla dei due terzi spettanti al padrone della terra ne rimaneva ancora a sufficienza per un inverno senza fame. Ma anche di quelle pannocchie restò ben poco da mangiare per i poveri miei nonni che a quel punto piuttosto approfittarono del successo agricolo per appianare le mancanze verso la figlia in quanto genitori. Con parte del granturco mia nonna barattò con una donna cogghiuta con un forestiero una stoffa per la veste nuova, e con un mezzo malacarne del paese altro gran turco in cambio di un paio di lenzuola a buon mercato che quello aveva rubato nelle marine. Così che nel bene e nel male per l’indispensabile si rimediò.

Si era allora nel tristo 1945,  la guerra era finita ma la miseria continuava. Per la popolazione di Casalinovo, endemica nel bisogno, quella congiuntura era solo un accidente in più. Il matrimonio comportava dei costi oltre ogni limite che però, date le consuetudini paesane, erano sopportabili in quanto non c’era bisogno lì di una casa vera, ne di mobilio o un reddito garantito, e nemmeno di suppellettili e vestiti nuovi per gli sposi. Ovviamente c’erano le spese per il convito e soprattutto non doveva mancare un posto tutto loro dove intraprendere la vita insieme; ma neanche questo era un problema insormontabile visto che si era di bocca buona e bastava, per arrangiarsi, anche un vecchio catojo purché ripulito e adattato a nuovo uso. Pratici in tutto, tra i casalinoviti non c’era (come negli altri paesi) l’obbligo tassativo, per l’uomo o per la donna, di portare la casa in dote: chi poteva provvedeva e nel caso nostro provvidero i genitori di mia madre.

Per le cose che ancora mancavano nessuno aveva di che criticare visto che tutti erano pressoché nelle identiche condizioni. Solamente, il matrimonio aveva i suoi canoni da rispettare: forma e sostanza convergevano nel fatto che per la sposa ci voleva l’abito bianco; per lo sposo il vestito e le scarpe (invece delle calandrelle); e la casa dove si dovevano unire per la loro prima notte doveva essere acchittata a dovere con un regolare letto matrimoniale corredato di tutto punto di lenzuola, cuscini ricamati, schiavina, centrini copriletto, e scendiletto da entrambe i lati. Tutte cose per la bella veduta che quasi nessuno possedeva, se non in parte, ma che non mancavano tuttavia considerando l’intero paese e, conoscendo chi aveva disponibilità dell’una o l’altra cosa, bisognava solo andarseli a prestare.

Il bisogno reciproco aveva reso i casalinoviti migliori. Andando fin oltre il noto precetto religioso (“chiedi e ti sarà dato”) la nostra cultura aveva sviluppato il piacere del “dare”, ed era perciò pressoché impossibile tornarsene delusi da quelle richieste, non umilianti perché fondati sulla reciprocità: e i due o tre abiti bianchi di seta e organza e i quattro o cinque vestiti maschili residui dell’America bastavano a far figurare pressoché tutti gli sposi del paese.

Per le misure degli abiti, come pure per le altre cose di veduta (che dopo qualche giorno venivano restituiti) possiamo immaginare le situazioni curiose e anche comiche che potevano capitare: tipo di quando mio zio Sebastiano, che scendendo dal letto pensava di posare i piedi sul bel tappetino dei giorni precedenti, se li trovò invece sulla terra nuda del pavimento perché lo scendiletto era stato già levato per essere restituito quel giorno stesso.

Ciò valse anche per i miei futuri genitori: mio padre si procurò le scarpe ma non i calzini ed il vestito senza la cintura. Durante il tragitto di andata e ritorno dalla chiesa, e anche durante la cerimonia, dovette rassettarsi più e più volte i calzoni precariamente sostenuti da uno spago - come mia madre ricordava divertita anche molti anni dopo.

Per pura combinazione quel giorno si sposava anche un cugina per parte paterna, e il suo sposo andava anch’egli Palamara. Visto che anche entrambi i miei portavano lo stesso cognome, facevano quattro Palamara sposi in quel giorno solo.  Al termine della cerimonia il prete fece la battuta:

- Oggi è il giorno dei Palamara! – Ma il colmo è che era un Palamara anche lui.

  


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