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La leggenda di Brunello "il Liberatore"

  •   Domenico Stranieri
La leggenda di Brunello "il Liberatore"

Nel film Braveheart - Cuore impavido (del 1995) il protagonista William Wallace si sposa in gran segreto con l’amata Murron poiché, durante un altro rito nuziale, aveva assistito all’irruzione di un signorotto locale, scortato dai suoi soldati, che aveva portato via con sé la neo-sposa in nome dello jus primae noctis ("diritto della prima notte"). William Wallace è un personaggio realmente esistito. Per le sue battaglie contro l’esercito inglese fu giustiziato il 23 agosto 1305 ed è considerato l’eroe nazionale scozzese. La scena del film che riguarda lo jus primae noctis è sicuramente inventata, eppure in molti luoghi italiani ed europei vengono sempre narrate vicende che si collegano direttamente a questo presunto diritto.
A Sant’Agata del Bianco (RC) una storia fatta di prepotenze ma anche di liberazione è ancora viva nell’immaginario del suo popolo. Esiste persino una data precisa: il 19 luglio 1661. E si ricorda un nome: Brunello. Era l’epoca in cui in paese regnava incontrastata, dal 1589, la famiglia dei nobili Tranfo (originaria di Tropea).

Si narra che un pastore santagatese, detto Brunello, non riusciva proprio ad accettare il fatto che la propria sposa era costretta a passare la prima notte di nozze con il duca Tranfo. Così, con grande coraggio, decise di camuffare la moglie con abiti da pecoraio e di recarsi lui, di notte, travestito da donna, con tanto di “parrucca, busto merlettato e mantusinu”, dall’ingiusto signore. Il giovane, irriconoscibile e con le sue intoccabili convinzioni, entrando nel palazzo disse subito di provare molto imbarazzo e chiese di potersi disfare dei vestiti al buio. Il duca acconsentì e, appena spento il lume, Brunello lo trafisse senza indugio con il suo coltello, quasi per un moto urgente di rivolta. Dopodiché scappò dal retro del palazzo (lo stesso dove nel 1847 fu ospitato Edward Lear) e si nascose lungo il pendio che, dopo un vallone, segnava il confine della terra di Sant’Agata. Nessuno vide o inseguì il fuggitivo, forse solo il riflesso della luna ravvivò di luce l’arma che teneva in mano. Ecco perché quella ripida scoscesa, che divide i territori di Sant’Agata e Caraffa del Bianco, ancora oggi è denominata contrada Brunello.

Pure lo scrittore santagatese Saverio Strati (premio Campiello nel 1977), nel libro La Teda (Mondadori, 1956), espone una storia simile. Uno dei personaggi principali del romanzo, Costanzo, narra che a un giovane molto coraggioso, intelligente e forte gli «“dava veramente alle corna dover portare sua moglie al principe”. E dice: “Mia moglie dev’essere mia e di nessun altro. Si deve tagliare una volta per sempre questa cancrena, a costo della vita…”».

Così, racconta Costanzo: «“Si veste lui da donna, e se ne va al castello del principe. Era vestito  così bene che nessuno se ne accorse del trucco. I servi fanno entrare questa donna nella camera da letto del principe. Questo era un uomo maligno, grosso e alto. Entra nella camera e dice alla ragazza – e che ragazza!- “Spogliati!”. Il furbo fingeva di non volere, e piangeva. “Su, su, non fare storie!” le dice il principe. “Non lo sapevi che la tua sorte era questa?”. “Principe del mio cuore” gli dice la finta ragazza con voce piagnucolosa, “spegnete il lume, perché io ho vergogna di spogliarmi davanti a voi!”…». Insomma anche ne La Teda la storia, che non dà mai l’impressione di avere un esito provvisorio, si conclude con il principe che muore, lo sposo che scappa dal castello e tutto il popolo che corre in cerca del giovane per portarlo in trionfo per le vie del paese. “E lo chiamarono: Il Liberatore”, conclude Costanzo.
A parte il finale “aggiunto” da Strati (con il popolo soddisfatto che esulta), c’è da notare che questa vicenda, raccontata ancora oggi con convinzione pura e semplice dagli anziani di Sant’Agata, è quasi identica a quella proposta nel romanzo. Strati ha scritto ciò che ascoltava in paese, da giovane, e nelle sue pagine fa un parallelismo tra i prìncipi di ieri e i principali di oggi (medico, podestà ecc...). Entrambi, dice Biasi (un altro personaggio), “vivono sulle nostre spalle, ci succhiano il sangue”.
Qualcuno potrà contestare questa leggenda affermando che lo “jus primae noctis” non è mai esistito, che nessun documento storico lo menziona chiaramente e che, al limite, si trattava di un diritto di natura economica (un'imposizione fiscale) pagato dai servi della gleba per ottenere l'assenso al matrimonio da parte del signore feudatario. Ma, ogni tanto, dal mare dei racconti e dei poemi, tra dettagli frantumati d'invenzioni e verità, spunta il relitto di una storia che non vuole cancellarsi.
E allora, lasciateci pensare che, contro le prepotenze ed i soprusi, c’è sempre un momento in cui arriva un uomo che rende giustizia a tutti e, senza chiedere nulla, mantiene una irragionevole promessa. Lasciateci pensare che non abbiamo dimenticato cos'è la libertà, la forza delle idee e delle passioni. Lasciateci, infine, pensare che il popolo non si è ancora arreso e, qualche volta, riesce pure a non acclamare l’eroe sbagliato.

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