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Il vero mostro che divora il Sud. Breve saggio

  •   Gioacchino Criaco
Il vero mostro che divora il Sud. Breve saggio

Se vi dicono che il Sud sta morendo a causa della mafia, vi raccontano una balla. Mancanza di lavoro, sanità malsana, giustizia ingiusta, inquinamento, rifiuti, viabilità, diseguaglianze?

Balle, tutte balle. Il Sud muore per spopolamento, è terra in via di estinzione. Tutti i suoi mali insieme ne stanno causando la scomparsa, ma non sono pecche prodotte per cultura, genia, malvagità, solo per sconfitta. I mali del Sud sono strumenti idonei a distruggerlo, mezzi, non prodotti da un complotto ma creati o sostenuti, e comunque governati da un sistema che ne trae vantaggio.

Non una spectre o un fantasma, semplicemente un sistema economico a cui serve lo spostamento di materiale umano da utilizzare altrove, e funzionalizzare il dato residuale come elemento di consumo: braccia o cervelli via, bocche in loco. Servono le mafie, la mala politica, le disfunzioni di ogni tipo. Serve un racconto disperante del Meridione e l’offerta di una via di fuga.

E allora: nessun sostegno alle speranze, alle rivoluzioni, alle intelligenze locali.

Produrre e riprodurre problemi all’infinito, questa è la ricetta per il nostro Sud e per tutti i Sud del mondo. Sono le regole del sistema economico in cui siamo sommersi, affogati. Il giro buono il Sud l’ha avuto, ce lo ha avuto tutto il bacino del Mediterraneo. Poi il giro è finito, il tour positivo si è spostato di latitudine, il potere da militare è diventato economico e il comando è passato al Capitale, che notoriamente non sta fra i sudici, alberga in portafogli nordici che fanno girare la giostra. Noi abbiamo mafia e mala politica e disastri in ogni campo non perché siamo mali, siamo stati sconfitti e ai mali che ci sono stati imposti non siamo mai riusciti a dare le risposte giuste, e da un po’ di decenni non diamo più alcuna risposta. Diciamo che c’è stato un tempo in cui si rispondeva con le armi, e i migliori dei nostri sono periti in battaglia, poi abbiamo risposto con le partenze convincendoci che ci sarebbe stato un ritorno che non si è mai realizzato. Per i rimanenti i soldi, per lo più regalati, hanno provveduto a cancellare ogni nostra conoscenza tramandata, ogni professionalità, artigianalità, manualità.

Mestieri finti, parassitari, in cambio della dismissione di ogni nostro sapere. Trasferimenti e deportazioni dalle aree interne, le più resistenti. E spopolamenti e spopolamenti. Scuole che chiudono, presidi medici che spariscono. Tutto è funzionale all’andare, nulla è fatto per il tornare o perché ci sia un venire, un arrivare. Così, per guardare alla Calabria, le uniche piccole rivoluzioni presenti sono quelle di carattere culturale, le migliori resistenze sono frutto di presenze identitarie, di tipo comunitario non individualiste. L’unica resistenza allo spopolamento appartiene alle aree greke che trovano linfa vitale nella lingua, la conoscenza e l’uso dei prodotti e delle risorse di una tradizione viva.

E l’unica risposta vera allo spopolamento appartiene alle poche eccellenze economiche, del tipo: Rubbettino, Caffo, Callipo.

E l’unica rivoluzione politica arriva da Rossano Corigliano, dove un ragazzo crea un progetto, una visione e non brandisce populismo e demagogia, ma offre soluzioni che vengono accettate e sostenute non solo da disoccupazioni, disperazioni, giovani. Stasi non ha vinto grazie, soltanto, ai poveri. Ha vinto perché una classe produttiva, nella città più ricca della Calabria, ha sposato la causa della restanza comprendendo in pieno che i mali del Sud non sono un frutto genetico, ma uno strumento cinico governato da un sistema economico spietato.

E fateci caso che ogni volta che nasce un miracolo economico sudicio c’è uno strumento di mala vita, di malapolitica o di malagiustizia o di malapenna che si erge ad abbatterlo.

Raccontare la verità sul Sud è un atto patriottico, costruire una narrazione autentica della Calabria è un vero fatto rivoluzionario, e davvero, davvero, dà fastidio agli strumenti della distruzione.  


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