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Sulle tracce del giornalismo all'Istituto Superiore Euclide di Bova Marina

Ormai lo abbiamo capito: ci sono tante luci e tante ombre sulla Calabria greca, quelle su cui, da qualche settimana, stiamo concentrando la nostra attenzione. Scempi ambientali, fede, tradizione, un susseguirsi di lampi di luce e momenti di buio che lanciano tante riflessioni, tanti dubbi e tante certezze. Mi vorrei soffermare proprio su queste ultime perché, se penso ad una terra dal forte desiderio di rilancio, il pensiero corre subito ai più giovani. Potrebbe sembrare inutile retorica, potremmo dire di avere già sentito e risentito la filastrocca che il futuro passa dalle nuove generazioni. Poi, più mi fermo a riflettere, più penso che, forse,  in quest’ultimo concetto non c’è proprio nulla di retorico, forse è davvero la chiave giusta. Me ne sono convinto ancora di più dopo l’esperienza non ancora terminata all’Istituto di Istruzione Superiore Euclide di Bova Marina dove, con i ragazzi del Liceo Scientifico, affrontiamo ormai da diversi mesi un percorso un po’ particolare legato al giornalismo. Oltre alle consuete tecniche di scrittura e di analisi dei testi, alla costruzione di un articolo allo studio dell’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, abbiamo preferito soffermarci sull’analisi dei contesti di riferimento facendo diventare il giornalismo solo uno strumento di analisi e rilettura dei fenomeni sociali, un percorso durante il quale i ragazzi si sono appassionati calandosi in una realtà sino a quel momento sconosciuta ed evidenziando capacità introspettive ed attenzione davvero inattese. La ricetta è semplice e affatto straordinaria: si sceglie una tematica sociale, la si analizza vista dalla prospettiva dei ragazzi e poi gli si insegna a tradurla in un pezzo da pubblicare. Storie e racconti di un passato neanche troppo lontano, ma anche solo cronaca e stretta attualità al centro del lavoro dei ragazzi dello Scientifico, un  percorso avvincente impreziosito dall’esperienza dell’alternanza scuola lavoro, un ulteriore passaggio che ha consentito – grazie alla collaborazione di un’emittente radiotelevisiva privata –  di cimentarsi con microfono e telecamera, montando un vero Tg corredato da servizi filmati e collegamenti con gli inviati. A dire il vero,  lavorare con i ragazzi regala un profondo sentimento di speranza e una profonda convinzione rispetto ad un impegno in favore dei giovani che non deve assolutamente essere trascurato. I ragazzi osservano, intervengono, si incuriosiscono e sono attenti più di quanto si immagini ai fenomeni che li circondano. Tra le tante tecniche di scrittura utilizzate, una su tutte ha incontrato il favore dei ragazzi: il new journalism, una sorta di racconto in prima o in terza persona che fa calare il lettore nella realtà raccontata, una tecnica attraverso la quale si sono affrontate e tradotte varie tematiche. A tal proposito vi propongo di seguito uno dei tanti lavori dei ragazzi, una loro prospettiva sul ruolo della donna nella società aspromontana nella metà del secolo scorso. 

Grazia, Pietro e l’Aspromonte ritrovato               

“La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal costato per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata”. (William Shakespeare)

L'Aspromonte, soprattutto quello in bianco e nero, è pieno di storie che parlano di amori quasi mai vissuti, quasi mai condivisi, spesso imposti da chi vedeva nell’unione solo uno strumento di riscatto sociale o addirittura di stretta sopravvivenza. L’Aspromonte, con le sue rocce ed i suoi sentieri sempre tortuosi, spesso ha imposto ostacoli invalicabili al sentimento, senza lasciare che questo prendesse le sembianze di una natura che proprio su questo montagna domina affascinante. Il 2015 è iniziato, ormai, da qualche mese e sono passati più di sessant’anni da quando Grazia, una signora minuta dal viso oggi segnato dal rigore degli inverni torinesi con cui convive da quasi mezzo secolo, si ritrova a piangere davanti a una casa ormai quasi senza tetto e con parte dei muri caduti sul davanzale dove, una volta, c'era un piccolo giardino che oggi le ricorda tanta sofferenza,  quasi quanto la figura di suo padre, quell'uomo burbero verso cui aveva da sempre provato sentimenti contrastanti. L'aria a Casalnuovo è pungente come quella che Grazia ha lasciato due giorni fa all'aeroporto di Torino. Una volta giunta su in montagna, spinta da una nostalgia quasi genetica che l'ha portata a risalire l’Aspromonte per rivedere i ruderi della sua vecchia abitazione, viene sopraffatta da un turbinio di  emozioni. L'amore di figlia un tempo si alternava all'amarezza e oggi  basta il fruscio delle foglie di quella vecchia quercia, che resiste ancora davanti casa, a ricordarle tutto: le albe gelate le chiacchierate alla sorgente, il cigolio del cancello arrugginito il belato della pecora, il lamento dell’agnello appena nato, i pomeriggi al focolare. Grazia si avvicina a quella casa, chiude gli occhi e riaffiorano subito i ricordi. Risente il pianto della madre, le parole del padre che ha deciso per lei e rivive attimo per attimo il fatidico giorno quello del matrimonio con Pietro, quel pastore che neanche conosceva  ma che, con quel gregge, avrebbe potuto assicurare a lei ed alla sua famiglia un salto di qualità, una sicurezza. Con Pietro passerà appena sei anni prima che un’anonima rosa di pallettoni la costringa ad una vita da giovane vedova con due piccoli da tirare su. Rivive la rabbia che le scoppia nel petto, lo sconforto,  l’inevitabile rassegnazione finale e la decisione di emigrare al nord in cerca di miglior fortuna e di un luogo sicuro dove crescere le figlie. Entra e si siede su un muretto ormai sfregiato dal tempo, davanti a quel che resta del focolare spento e buio come i suoi pensieri e come i suoi occhi che cadono su una foto sbiadita, un ritratto di famiglia ormai quasi invisibile, una delle poche cose rimaste all’interno di quei ruderi. Si avvicina per fissarlo, fermando lo sguardo sui visi dei suoi familiari e si ricorda che in tasca ha una foto della nipote. La prende e l’avvicina al ritratto, negli occhi della nipote rivede i suoi, innocenti, ormai sbiaditi da un soffio di vento: "tu di certo non passerai quello che ho passato io". Grazia pensa a quanto sia cambiata la condizione della donna, quanto siano cambiate certe mentalità rischiarando un po’ l’ombra del pregiudizio. Guarda ancora la nipote e le viene in mente il fidanzatino che le promette felicità, pensa alla figlia, oggi mamma e piena di entusiasmo, e nota quanto ormai la donna non sia più subordinata all’uomo, ormai neanche quassù su questi monti, pensa a quanto abbia lottato e vinto, a quanto abbia combattuto per esprimere un sì o un no per manifestare la propria volontà. Grazia esce di casa e si avvicina alla quercia, il freddo stordisce il senso di smarrimento e di sconforto provato quel giorno più di più di sessant’anni fa, quasi lo cancella. Oggi il suo stato d’animo è diverso, la nostalgia cammina al fianco di una rinnovata speranza e Grazia ripensa al volto di suo padre. Oggi quella che prova non è più rabbia, il risentimento si è trasformato quasi in una tenera forma di gratitudine e, prima di riguadagnare la via del Piemonte, vede riaffiorare il naturale amore di una figlia.

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