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Visita ad Africo. Enzo Siviero, l’Aspromonte e una strada per il Mondo

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C’è una leggenda custodita nella tradizione orale dei cittadini di Samo, piccolo centro abitato in provincia di Reggio Calabria: l’Aspromonte, ovvero il greco “monte lucente”, scruta severo il diavolo fumante oltre lo Stretto; solo una lingua d’acqua lo divide dall’Etna, la fucina dell’inferno, e secoli di storia li vedono contendersi il predominio sul territorio.

È una dicotomia frequente da queste parti, l’esempio più famoso lo incarna la Madonna di Polsi che - dal piccolo santuario nel cuore della montagna - non può distogliere lo sguardo dalla rocciosa Sibilla; lo tengono ben presente i fedeli quando, al principio di settembre, la accompagnano in processione.

Il Bene e il Male, in queste terre, vivono in perenne equilibrio: a gravi episodi di sangue si alterna una genuinità quasi dolorosa e alla diffidenza atavica dei nostri popoli fa da contraltare una disarmante generosità.

La Bellezza struggente di forme, panorami e colori ha il sapore di una beffa, quaggiù, in Aspromonte.

E c’è da immaginarseli i pastori, i caprai, fissare la Sicilia dalle alture di Montalto o dai Campi di Bova; perdere lo sguardo in quella terra così uguale alla Calabria, così imponente e vicina da sentirne addosso il fiato, e allo stesso tempo chimera, ché il mare - scorrendo nella ferita tra Reggio e Messina - diviene gelido e profondo e, nelle giornate di vento, spaventoso. Soprattutto per dei poveri caprai! Inquietante, di una calma stregata, nelle giornate in cui la fata Morgana stende il suo velo.

E perché non farci un ponte? avrà esordito qualcuno, con la praticità del bifolco abituato a misurarsi con querce e abeti. Magari un ponte di tronchi di pino, come si era soliti fare nelle fiumare Aposcipo e Amenodelea, ché il pino resiste ed è stabile e con pochi balzi si può conquistare l’altra sponda.

E pare di sentirle le risposte “pratiche” degli africoti e dei ghoriati vestiti di stracci di ginestra, e le imprecazioni volgari contro la miseria: senza strade, senza pane, costretti a svendere i prodotti del lavoro per ricavare qualche soldo e nutrirsi di erbe e castagne; poveri, tanto da non potersi permettere il divagare.

Certo, quel punto di vista molto sopra “al livello del mare”, sarà stato un privilegio nelle noiose giornate dedicate al pascolo, e chissà quali sogni, quali utopie, quale abbondanza e varietà di progetti avranno concepito per afferrare la Sicilia prima che scappasse via. Pensieri tutti tristemente ridimensionati dal richiamo della fame.

Oggi quassù restiamo noi, eredi indegni dei poeti-pastori e dei poeti-contandini, di cui portiamo addosso il destino di miseria ma non lo stesso estro: il meglio fugge sulle immutate littorine dei padri, il peggio resta dormiente ad attendere una svolta.

Ma sarà l’Etna - benevolo come una fiera quando è sazia - a fare un dono all’Aspromonte.

Un rivoluzionario, anzi un visionario, da Catania arriverà a Reggio per una tre giorni calabrese che, dal 12 al 14 giugno, lo vedrà in giro per le montagne aspromontane per una serie di sopralluoghi; poi in Città metropolitana a parlare della centralità che dovrebbe avere l’Italia nei traffici del Mediterraneo, e del suo sogno di collegare l’Africa alla Sicilia per aprire la via del commercio e rendere il Meridione, grazie anche al ponte sullo Stretto, il volano dei traffici d’Europa. Un’idea condivisa col Papa, qualche mese fa, che ora il Professore vorrebbe consegnare alla gente di Calabria, che ancora associa al termine “globalizzazione” l’ambiguo andirivieni di migranti di cui è stata protagonista. Poi partirà alla volta di Catanzaro, per affrontare la delicata questione del ponte Morandi.

Enzo Siviero, ingegnere ed architetto, è detto l’uomo dei ponti, perché esperto internazionale in recupero e progettazione degli stessi, professore ordinario allo Iuav di Venezia, rettore di E-campus. È conosciuto alla cronaca nazionale per le sue teorie coraggiose e per le battaglie contro l’abbattimento del ponte Morandi di Genova: il primo ad ergersi in difesa del progettista che fu orgoglio italiano e dell’ingegneria, che - contrariamente ai luoghi comuni dettati dalla disconoscenza delle leggi fisiche - è madre di strutture “vive”, in continuo divenire. Perché è materia anche la più preponderante fisicità: e la materia - che non si crea né si distrugge – sempre si trasforma.

Un’antitesi molto simile a quelle aspromontane, che ci aiuta a comprendere come le astratte leggi fisiche rispondano, persino nelle accezioni più alte, ai principi basilari della vita e della morte.

La matematica è uno strumento perfetto, un linguaggio raffinato e globale, e – come in tutte le lingue - si può scegliere di parlarlo o di farne poesia.

Siviero va oltre le scienze e le geografie, perfezionandosi nel continuo controllo della gravità, perché i suoi ponti – che del territorio sono figli – portino il più possibile i tratti della gente e dei paesaggi, e siano metafora di incontro e di scambi culturali. Partoriti prima dal cuore che dalla mente, incarnano un lavoro dettagliato, teso alla sintesi del mondo scientifico con quello umanistico: una teoria innovativa, “l’architettura strutturale”, recitata come un mantra in ogni angolo del mondo. Dalla forma alla sostanza, e poi ancora oltre fino all’essenza, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “poeta”. Il poeta dei ponti.

Per Enzo Siviero sarà una nuova sfida l’Aspromonte, quello nero, quello inaccessibile, conosciuto per la cronaca dei sequestri e della ndrangheta? Oppure la più impervia montagna d’Italia, se guardata nel suo lato ionico meridionale, non farà gola al grande teologo del cambiamento e dell’abbattimento di barriere?

E Africo, centro di questo universo, che della sua triste storia ha fatto Bellezza nei racconti, nei film, nei servizi giornalistici, riceverà mai la tenerezza che gli è stata negata? Saverio Strati, nel descriverla, usò un linguaggio crudo, diretto; Umberto Zanotti Bianco tirò fuori immagini che ancora oggi lasciano sgomenti. Forse l’unica carezza gli venne da San Leo più di mille anni fa; santo bizantino mai canonizzato dalla chiesa latina ma di cui fu riconosciuto il culto; santo guerriero armato di pece e ascia, orogliosamente aspromontano; santo che per tutta la vita si mosse tra l’Etna e l’Aspromonte.

Le strade per Africo e la montagna sono però lunghe e dissestate, tanto da richiedere l’uso del fuoristrada e la guida di noi locali, trattati un po’ come gli sherpa dell’Himalaya, ma senza introiti nè gloria. I posti sono ostili seppur stupendi, e solo in pochi conoscono la Bellezza di pianori sospesi che sanno di paradiso, di grotte che paiono opere di attenti scultori, di laghi e torrenti e cascate in cui – ne siamo certi – vivono ancora le ninfee.

La nostra speranza - come africoti, calabresi e cittadini italiani - è che il poeta trovi in Aspromonte la sua musa, e con ingegno e nuova poesia ci costruisca una strada per il Mondo.

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Dal 22 al 24 marzo “Le giornate dell’orgoglio sanrobertese” a Parigi. Vizzari: “Emozione straordinaria”

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Non si arresta il cammino della comunità sanrobertese nel mondo. Dal 22 al 24 marzo, infatti, si svolgeranno a Parigi per l’edizione 2019 le “Giornate dell’orgoglio sanrobertese”.

Da San Roberto (RC), dalle pendici dell’Aspromonte, alla Francia per lanciare ancora una volta un messaggio universale che va oltre l’amore per la propria terra, e che racchiude dentro una sorta di “saudade” Calabrese, “a catina o peri”, così si suole chiamarla in dialetto.

Nel solco di quanto fatto a Novarello, nel dicembre del 2017, dove il raduno dei “Sanrobertesi nel mondo”, gruppo ancora più unito e numeroso, si tenne per la prima volta. Con gli stessi sentimenti, stati d’animo ed intenzioni che hanno animato, soprattutto, lo storico “Giubileo dei Sanrobertesi nel mondo” che, proprio in Calabria, durante la scorsa estate ha riportato “a casa” tantissimi emigranti di ritorno.

Una iniziativa fortemente voluta dall’Amministrazione Comunale di San Roberto, guidata dal Sindaco Roberto Vizzari, e sostenuta dal gruppo dei “Sanrobertesi nel mondo” per omaggiare coloro che sono lontani dalla propria terra natia, riunendo, in una giornata di riflessione, di incontro e socializzazione, di festa assoluta, tutti i cittadini originari del piccolo centro reggino, sparsi per la Francia.

Una manifestazione incredibile durante la quale, grazie all’organizzazione dei sanrobertesi d’oltralpe riuniti nell’associazione “Calabria mia”, verranno organizzate diverse iniziative.

Tra queste l’incontro-dibattito “Italiens, quand les èmigrès c’ètait nous” che vedrà la partecipazione di autorità francesi e che coinvolgerà da vicino i comuni dell’hinterland parigino di Vitry sur Seine e Choisy le Roi.  Si parlerà dell’emigrazione di ieri, ma anche di quella di oggi.

Di radici salde nel passato, dei legami e delle opportunità che si possono creare insieme attraverso continui e sempre più diffusi scambi culturali e sociali.  Un modo per incontrarsi e confrontarsi con l’obiettivo di creare sviluppo e per far conoscere la Calabria, nella sua accezione più positiva, anche all’estero.

“Non vediamo l’ora – ha esordito il Sindaco Roberto Vizzari –, sarà una emozione straordinaria. Sono veramente felice ed orgoglioso perché questo è un ulteriore successo di una Amministrazione Comunale che guarda sempre al futuro, che progetta lo sviluppo del proprio paese e che, in questi anni, ha condotto la sua comunità attraverso una crescita, soprattutto sociale, esponenziale. A Parigi ci aspetteranno diverse centinaia di connazionali che riabbracceranno per qualche giorno San Roberto e la “sanrobertesità”. Un valore, un vero e proprio marchio che vogliamo esportare per creare sviluppo”. 

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Il potere dei luoghi

Attraversare Cirella è come penetrare un mondo, come passare nell’aldilà. Le vedi da lontano, le montagne. Torri, picchi, gole. Rocce grigie, rosa, di graniti, scisti e strani conglomerati che paiono sabbia grossolana raggrumata. Con pennellate di licheni, gialle ed ocra. Boschi di lecci, roverelle, farnetti, sino alle faggete delle sommità. Le vedi dalle lingue detritiche delle fiumare e dalle colline calancose che stanno subito alle spalle della costa ionica. Per accedere a quel mondo, a quell’aldilà, devi superare i paesi. Case aggrappate a qualche “laccu”, i pianori terrazzati che talvolta interrompono le linee abrupte dei rilievi. A Cirella di Platì, puoi infilarti in stretti budelli fra le case, oltre le quali ti trovi improvvisamente sotto quelle forme fantastiche. Fra i Tre Pizzi, il Pinticudi, il Macalandrà a destra, e Rocce degli Smaleditti, Rocce dell’Agonia e Aria di Vento a sinistra. Devi alzare il naso all’insù per vedere Monte Jacono. Storcere il collo all’indietro, schiacciare la cervicale. E non penseresti mai di poterci salire su in direttissima se non ci fossi già stato tanti anni fa. Quando andavi su, solo perché t’era presa la fissa di seguire le capre. Oggi è un pastore ad indicarci “u viuolo”, ripido e sdrucciolevole, dove sono passati gli animali. E subito è come avessi preso un ascensore trasparente. Che ti spalanca, sotto, le gole di Abbruschiato e lo skyline fiabesco di Monte Pinticudi. E vedi gheppi andare e venire dalle pareti verticali, sberciate, tagliate da fenditure paurose. E sali lungo una cresta pazzesca che ti apre anche l’altro versante. E con cautela giungi sull’anticima. E il vento ti assale furioso. E vedi la rupe nocchieruta della vetta. E giri lo sguardo tutt’intorno. E il paesaggio è una vertigine. Pensi che non puoi tirare la corda con gli atri “erranti”, ignari e attoniti di fronte a tanta potenza. Soggiogati: ecco la parola giusta. Siamo soggiogati, incantati, intimoriti. Questa parte dell’Aspromonte ti fa perdere il respiro. Non è solo per le forme. Non è un fatto estetico. E’ perché sai che quel dedalo di abissi e di rupi, quel labirinto di foreste, per secoli, è stato battuto dagli uomini. Di cui oggi restano gli epigoni di una cultura, di una civiltà. In basso a sinistra, sotto quello che Caterina ha chiamato “the wall”. C’è uno stazzo e un piccolo “laccu”, con qualcuno intento a lavorare. E’ il momento di scendere. Non è facile aggirare la serie di muri obliqui che potrebbero sbalzarti giù in men che non si dica. Diventa un’erranza. Ecco un terrazzo con i resti di un rifugio di pietre. Dev’esserci un sentiero laterale che porta verso lo stazzo. Ma in mezzo ci sono frane e canaloni. Passiamo come anime pencolanti nel vuoto. Ci accoglie la dolcezza dei capretti dagli occhi acquosi, lasciati al sicuro nel loro caldo ricovero. Il resto del gregge è chissà dove a scorrazzare fra le ginestre spinose e le eriche. Lo stazzo, come immaginato, ha una via comoda che scende verso la valle. Riconosco la stradina. Una curva ed eccoci nel bel mezzo di una rovina incaica. Non piramidi e templi, ché qui nessuno ha mai visto ori e ricchezze. Ma delle case che s’affacciano come un piccolo Machu Picchu sulle gole della Ficara Ianca. Uno dei luoghi più belli al mondo! Il Colaciuri, visto da qui, è un altro Pinticudi, una piramide, lui sì, ma naturale. E poi un semicerchio di rupi e valloni. Sovrastati! Qui siamo sovrastati. Ciò non di meno, eccoci a percorrere la mulattiera scavata nella roccia che ci porta a vagare nelle gole di Malacaccia. Per ore, persi nei nostri pensieri fusi con il potere dei luoghi. 
Nelle immagini: scorci di Monte Jacono e delle gole della Ficara Janca, Aspromonte orientale, Calabria.

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