Menu
In Aspromonte
Artigiani e produttori insieme al Parco dell’Aspromonte ad Artigiano in Fiera

Artigiani e produttori insieme…

Oltre un milione di vi...

Nel Parco dell’Aspromonte vive una delle querce più vecchie del mondo

Nel Parco dell’Aspromonte vive…

Una Quercia di oltre 5...

Ente Parco. Il Consiglio Direttivo ha approvato il bilancio previsionale per il 2020

Ente Parco. Il Consiglio Diret…

Il Consiglio Direttivo...

Domenica a Sant’Agata “immagini d’autunno” e il cortometraggio “Tibi e Tascia”

Domenica a Sant’Agata “immagin…

Nella stessa piazzetta...

Moleti in festa per piccini e grandi

Moleti in festa per piccini e …

Si è svolta domenica 4...

Torna il “Parkbus”, dal Museo in Aspromonte con le Guide Ufficiali del Parco

Torna il “Parkbus”, dal Museo …

Anche nella stagione e...

Parco dell’Aspromonte, il 21 luglio la Giornata dell’Amicizia con escursione “speciale”

Parco dell’Aspromonte, il 21 l…

Tutti insieme in cammi...

A Sant’Eufemia d’Aspromonte celebrata la sesta edizione della Giornata della Riconoscenza

A Sant’Eufemia d’Aspromonte ce…

«L’esempio quotidiano ...

Ente Parco. Rondoni e divertimento: il 23 giugno torna il Festival in Aspromonte

Ente Parco. Rondoni e divertim…

È ormai diventata una ...

“In Cammino nel Parco”: domenica prima escursione a Zervò. Aperte le iscrizioni

“In Cammino nel Parco”: domeni…

Tra i piani di Zervò e...

Prev Next

Viaggio nel cuore del mondo

di Francesco Bevilacqua - Benedici il mio cammino, oh amata. Beneditelo, amici. Perché voi sapete quanto conti per me. E’ col cammino che riscatterò, oggi, un’intera settimana. Una lunga, interminabile settimana di lavoro, che ha interamente sequestrato il mio tempo. Benedite quest’orzo fumante. E questo pane nero intriso di miele. E la penombra nella stanza. E il buio fondo là fuori, fra le querce. Benedite le poche mandorle e la mela ben tagliata ... Perché fra un po’ sarò in viaggio! E riposerò, mentre il cielo s’illumina lentamente. Cullato dal calore dei compagni. E’ il giorno della montagna aspra e rovinosa! La montagna che frantuma. La montagna vulnerabile e malinconica. La montagna che più mi somiglia, fra tutte quelle che amo! Non posso stare lontano da lei troppo a lungo. E quando il tempo scorre senza che la veda, sento un peso sul cuore. Il peso di un insopportabile esilio. Da qualche tempo medito su come raggiungere a piedi, da valle, uno dei suoi luoghi più remoti e riposti. Un luogo dove sono stato altre volte, certo, ma sempre dopo un lungo viaggio in auto sopra le montagne. Ho studiato le mie carte, rivisto i miei appunti, riaperto la mia vecchia guida all’Aspromonte. Ho scavato nella memoria, evocato i ricordi. Di tutto l’Aspromonte ho particolarmente caro Africo vecchio, le sue rovine, le sue montagne! Per un giorno, oggi, sarò anch’io il pastore che torna al villaggio, dopo la discesa al piano. Da quel mare che gli africoti non avevano mai visto, prima della loro deportazione sulla costa ionica. Solchiamo l’entroterra della Locride. Ecco la valle dei paesi fantasma: Bruzzano vecchio, in una piega fra le colline, con il suo irreale “arco di trionfo”; Brancaleone vecchio, alto su un colle, con i pertugi delle cisterne per l’acqua piovana. Paesi diroccati, vuoti, silenziosi. Povere rovine che innalzano i loro denti di pietra fra i campi spazzati dal vento. Sullo sfondo delle severe cime d’Aspromonte. A Motticella solo qualche anziano contadino, che si accinge a raggiungere i campi, per la cura domenicale agli orti e agli animali. Ci addentriamo nell’apparente nulla delle valli del Torno e del San Pietro. Campi, stazzi, ulivi secolari, ancora rovine. Sotto la grande onda pietrificata del Monte Scapparrone. Case Scete è un nome dal suono omerico che significa “cresta di monte”. Pochi ruderi sul confine tra un paese di mare, Bruzzano Zefirio, e uno di montagna, Africo vecchio. Penetriamo nel labirinto. Ad Agrami, il rudere moderno, costruito, come tanti inutili caselli forestali, con i fondi della forestazione. Tanto per rendere ancor più dipendente e assistita, da uno Stato che quassù non è mai venuto se non per estorcere tributi, quella povera gente. Inizia il sentiero degli spiriti! Spiriti silenziosi, rudi, infaticabili, che per secoli hanno scolpito la nuda roccia, creato passaggi impossibili, sistemato scarpate, costruito muri di pietre. Spiriti liberi, vaganti in queste immense selve di querce. Rotte dai valloni precipiti, che tutto portano a valle durante le piogge. Quante volte la tempesta ha distrutto i sentieri! E quante volte gli africoti li hanno ricostruiti. Non c’è, qui, un cammino che non attraversi una voragine! Tutto qui ha un senso di finitezza ineluttabile. La nebbia scende ad avvolgere la foresta in un grigio sudario. Poche, rapide folate lasciano intravedere, laggiù, gli abissi dove serpeggiano fiumi di pietre. Portella della Ficara è l’antico valico fra Serro Carrà e Monte Scapparrone, il passaggio segreto che divide due mondi. Aggiriamo l’altura lungo il sentiero che pencola sui valloni degli Zimbi. Querce e castagni immensi. Il sentiero aggira Monte Linsito, traversa budelli simili a trincee di guerra, supera una porta di pietra, sfocia su un ricco pascolo. Uno squarcio nel cielo illumina l’erba gelida. Senza avvedermene sono andato avanti, solo. Come per un richiamo inespresso. Mi sale dentro un groppo d’ansia. E’ la nostalgia di chi torna al suo campanile. Di chi ha bisogno – come scrisse Ernesto De Martino - di un segno familiare che lo guarisca dall’angoscia territoriale. Di chi vuol sapere che in sua assenza nulla è cambiato, che case, uomini, luoghi sono sempre al loro posto. Così come li trovò, nel 1928, Umberto Zanotti Bianco. Isolati i luoghi, diroccate le case, derilitti e affamati gli uomini. Vessati da un potere lontano, che seppe distruggere, con un generalizzato divieto di pascolo, la locale industria delle capre. Agli africoti non restò che il loro rancido pane di mischio, un’ispida farina di lenticchie, orzo e cicerchie, minuziosamente descritta da Manlio Rossi Doria: in quel pane egli trovò perfino paglia. “Non c’è porto levantino che possa raccogliere una simile varietà di miseria” scriveva Zanotti Bianco dopo aver elencato tutte le tragedie di Africo. E’ con questi pensieri che valico l’orlo superiore dei pascoli e giungo in vista della valle. Contrasto onirico di bagliori obliqui e ombre profonde. Al centro il poggio con le rovine di Casalnuovo ammassate come una mandria nello stazzo. A destra, sulla pendice di Puntone La Guardia, oltre il vallone, il gregge sparso delle case di Africo vecchio. Sopra tutto le torreggianti forme d’Aspromonte, che forano il cielo corrusco. Vedo il campanile. Si placa la mia ansia. Il mio cuore si pacifica. Il pastore è di nuovo al villaggio. Distrutto. Non dalla forza bruta della natura, ma dalla tetra cattiveria del potere dell’uomo. E’ vero, qui avvenne una catastrofe naturale. In poche notti fu un diluvio biblico. La montagna scese al fiume. Ma gli africoti non avevano un’arca dove mettersi in salvo. Per mesi, per anni, gli uomini, le donne, i bambini, i vecchi vagarono in cerca d’aiuto. Alla fine qualcuno decise di deportarli tutti in un altrove senza senso, che non è, non sarà mai la loro patria. Perché la loro vera patria è rimasta lassù. Con le case, i muri, le piccole piazze, i vichi, le chiese, le fontane, gli altari. A riprova che il paese poteva, doveva essere ricostruito. Se non fosse che lo Stato, invece, mal sopportava che il popolo dei boschi – come lo chiama Gioacchino Criaco – continuasse a vivere, povero ma libero. E lo fece schiavo. E lo maledisse a vita. Il pastore osserva ora il villaggio che s’illumina e si oscura, a fiotti, sotto il cammino delle nubi nel cielo. Sente la commozione affluirgli al cuore. Gli pare anche di udire la nenia ancestrale di una zampogna. Poi solo il vento. E il silenzio. E’ tornato a casa. E’ giunto al termine del suo viaggio nel cuore del Mondo. 
Nelle immagini: vedute delle rovine di Casalnuovo di Africo Vecchio (Aspromonte). Foto Francesco Bevilacqua.

Leggi tutto

La riflessione. Con la forza della memoria e della commozione

di Francesco Bevilacqua - Ci sono momenti dell’anno in cui si raggrumano tutte le ansie. Mi terrorizzano le feste, i pranzi, le cene, le fabbriche dell’allegria coatta. Mi spaventa il vitalismo di chi scambia la fine dell’anno per la fine del mondo. Temo l’arrivo dei regali. E ancor di più ho paura delle folle che sciamano nei negozi. Vi giungo, puntualmente afflitto dai doveri. E quest’anno da tanto altro ancora. Mi toccherà una overdose! Devo esorcizzarla. Con un antidoto preventivo di solitudini e silenzi; ma che siano immensi. Con una preghiera; ma non in una chiesa affollata. Con un’erranza; ma verso un orizzonte infinito. Con il freddo; ma che abbia anche il sole. Con la neve; ma che sia poca, e senza addobbi su pini e abeti. E poi devo mettere alla prova la mia caviglia, dopo i dolori dell’osteonecrosi. E con essa la mia psiche. Sarà il primo cammino serio dacché il dolore mi ha nuovamente fermato. Sino al 23 dicembre non ho neppure avuto il tempo di riflettere. Il buio della sera, però, richiama alla memoria un luogo. E con esso, risorge la parte più remota di me stesso. E’ un luogo profondo, che mi manca da anni. Stamane, 24 di dicembre, nessuno calca il sentiero per Monte Perre. Neanche le capre. E’ stato arduo giungere sin qui. La strada da Samo è franata fra gli sfasciumi d’Aspromonte. Ha resistito giusto un tanto per permettere alla nostra auto di passare. Ecco il nido d’aquila che pencola nel vuoto, sulla valle dell’Aposcipo. Il pastore vi ha legato il ceppo di un pino, con del fil di ferro stretto attorno ad una bacchetta metallica confitta al suolo. Così egli prenota (e blinda) la miglior poltrona in prima fila! Chissà quante volte, seduto su quel ceppo, ha atteso il tramonto. Contemplando la fuga infinita di valli e crinali. Le pendici ove sono celate le rovine di Africo. E, di fronte, quelle di Casalnuovo. E Monte Scapparrone. E Monte Jofri. E in mezzo le spire della fiumara. E dietro altri crinali oscuri. Sino ad uno spicchio rilucente di Mar Ionio, come un diamante azzurrino. E’ da lì che inizio ad assumere il mio antidoto. Da lì parte la prova con me stesso. Le foglie sulle querce non sono ancora cadute. Margherite ritardatarie fra i massi. Euforbie suggono linfa dalla terra. E i pini, che contendono alle querce le pendici erose. E i corvi, che sorvegliano i nostri movimenti. Il sentiero dei pastori è scavato nella roccia maculata di licheni: della specie Acarospora mi svelerà il giorno appresso Mimmo Puntillo. A tratti è una cengia sospesa fra le rupi e l’abisso. Qui condussi per la sua ultima volta, Franco, un amico del Nord che venne a morire al Sud. Ho vivido il ricordo del suo volto stupito che scruta la valle dall’orlo dell’abisso. La sorgente cola timidamente. L’acqua ristagna nella sua vasca di roccia. La radura segreta, protetta dai venti, mostra il cerchio di pietre di un vecchio rifugio, uguale a se stesso sin dalla preistoria. Mi commuovono i gradini intagliati nella roccia. A lungo fuori e dentro il bosco. Le enormi querce artigliate al suolo con radici che sono rami capovolti. E d’improvviso, la visione delle cuspidi dirupate di Monte Perre e Puntone Galera. Tutto qui dà l’idea del provvisorio, dell’instabile. Tutto frana, smotta, scivola inesorabilmente a valle. Attraverso i canaloni precipiti, verso quel greto ingombro di miliardi di pietre un tempo solidamente fuse alle montagne. Eppure tutto pare eterno. Perché l’aura del luogo non subisce mutamenti, dovessero crollare anche le montagne. Sul lato a nord c’è la neve. E c’è l’ombra. E c’è il gelo. E c’è il vento. E vedo l’altra fiumara, la Butramo. La tremenda: colei che mi ricacciò per ben due volte; colei che mi impose notti all’addiaccio, quando in Aspromonte c’erano ancora i sequestri di persona. E incontro i “Petrazzi”, l’anello di pietre erette che circonda la radura ove fu un grande stazzo. Al valico sotto Puntone Galera tento di seguire la traccia mnemonica di una pista verso il belvedere sulle cascate del Ferraina. Sempre ritrovata, in passato, nonostante le difficoltà. Ma questa volta l’animale che è in me non fiuta la traccia. Ci aggiriamo a lungo fra gli intrichi di ginestre. Ed il cammino diviene erranza pura. Sino a rinunciare. Ritorno sui miei passi tenendomi più in alto. Incrocio un sentiero da cui manco da più tempo ancora. Ogni rinuncia è l’inizio di una nuova conquista: qualcuno me l’ha detto nei giorni scorsi. E infatti il sentiero sale, implacabile come il dolore alla caviglia, verso il cielo. Fra panorami sempre più vasti, rupi sempre più colossali, querce sempre più antiche, foreste sempre più oscure. La mente entra in una condizione onirica, mentre i piedi giungono sull’orlo di Croce di Dio Sia Lodato. La rinuncia mi ha portato sin qui, in un luogo che vidi in un’altra vita. Gli occhi non bastano per imprimere l’intero sogno sulla retina. E nella psiche. Da un lato la costa che sfila verso la Punta di Roccella. Da un altro l’apice dell’Aspromonte sperso in un dedalo di foreste. Da un altro le valli e le pendici che pagano i loro tributi di pietre: come se un enorme rapace giurassico fosse piombato quassù a squassare con gli unghioni le montagne. Ecco il luogo dove rivolgermi a Dio, il grande mistero che sempre mi si mostra. Nei volti della Terra come in quelli delle creature. Prego. Insieme alle grandi querce oranti, rivolte al cielo. La caviglia pulsa: mi avverte che c’è, ci sarà … Il dolore è un messaggio preciso: ogni cammino è un racconto, ogni racconto è un cammino; attento, perché potrebbero non esserci altri cammini, altri racconti! Ma so che devo essere grato anche per questo dolore. Come le pietre di questi monti, la vita frana. E non c’è da piangerci su. Ma bisogna trarne quanta più forza, quanta più memoria, quanta più commozione possibili. 
* Nella foto Francesco Bevilacqua.

Leggi tutto

Roccella: Sabato la presentazione di "Lettere Meridiane" di Francesco Bevilacqua

Pregiudizi secolari gravano sulla Calabria, la regione “più a sud del Sud”, scrive Francesco Bevilacqua in “Lettere Meridiane – Cento libri per conoscere la Calabria” (Rubbettino).

Calabria, la malfamata: per via del brigantaggio prima e della criminalità organizzata dopo. Ma anche terra di assistenzialismo, sprechi, arretratezza, sottosviluppo, malgoverno, omertà, indolenza, ignavia. Due scuole di pensiero si affrontano da anni. Da un lato chi considera la Calabria una terra irredimibile, in cui tutto è ’ndrangheta, malaffare, malapolitica e quant’altro. Dall’altro chi considera la Calabria vittima di secoli di malgoverno e propugna, per reazione, una falsa retorica identitaria, rivendicando un autonomismo uguale e contrario a quello leghista. Tra stereotipi e lamentazioni è difficile trovare il bandolo della matassa. Ci prova Francesco Bevilacqua che, dopo anni di studi e di esplorazioni pedestri, ci offre qui una sua originale ipotesi interpretativa sulla Calabria e sui Calabresi e, nello stesso tempo, un catalogo ragionato di cento libri, tra narrativa, storia, geografia, scienze sociali, da leggere o consultare, per cercare di capire davvero perché Calabria e calabresi sono come sono, al di là di ogni stereotipo, di ogni luogo comune, di ogni (auto) rappresentazione mediatica.

Sabato 25 giugno 2016, alle ore 19.00, presso l’ex Convento dei Minimi a Roccella Jonica (RC), il Circolo di lettura dell’A.R.A.S., in collaborazione con il Comune di Roccella Jonica-Assessorato alla Cultura, per i “Caffè artistico-letterari 2016”, presenta il saggio “Lettere Meridiane” di Francesco Bevilacqua, edito da Rubbettino. Sarà presente l’Autore.

Leggi tutto
Subscribe to this RSS feed

  • fb iconLog in with Facebook