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"Unione e fusione dei Comuni", intervista al sindaco Rosario Rocca

  •   Redazione
Il sindaco Rosario Rocca con la dirigente dell'IIS La Cava di Bovalino Il sindaco Rosario Rocca con la dirigente dell'IIS La Cava di Bovalino

di Francesca VilardiCon la costituzione della Città metropolitana di Reggio Calabria si è reso necessario per molte Amministrazioni della provincia coalizzarsi in aree omogenee, per aumentare il numero di abitanti e ripensare i servizi comuni. La risposta alla nuova esigenza potrebbe essere per Benestare quella di rispolverare la storica “alleanza” con i Comuni di Bovalino, Careri, Cirella.

È Rosario Rocca, neoeletto presidente del Comitato dei sindaci di AssoComuni, a ragionare con noi in aula sui vantaggi che le conurbazioni porterebbero al nostro territorio, in particolare su quella della vallata del Careri, dal nome della fiumara. «Prima del 1811, quando molti Comuni della Locride ottennero l’autonomia amministrativa, Benestare faceva parte del territorio di Motta Bubalina, l’allora Bovalino. Il territorio comprendeva oltre all’odierna Bovalino marina, il centro storico di Bovalino superiore e i villaggi di Careri e di Cirella. Il centro del potere era rappresentato da Bovalino superiore, sede del castello. Si hanno notizie di questa sorta di “area omogenea” sin dal 1521. Questa verità storica è riportata su molte testimonianze scritte, custodite nell’archivio di Napoli. Dopo che i Comuni ottennero l’autonomia il territorio fu suddiviso in modo poco appropriato, cioè senza tenere conto delle difficoltà che poteva rappresentare per le popolazioni l’attraversamento dei torrenti; la situazione fu aggravata negli anni da una cattiva politica di costruzione e gestione delle strade di collegamento. Oggi si sente parlare di crisi, di difficoltà economiche degli enti locali e di molti problemi che sono ormai diventati la quotidianità dei nostri paesi. Noi amministratori abbiamo il dovere di garantire i servizi essenziali ai cittadini e alla comunità: la sanità (anche se i Comuni non hanno in merito una vera e propria competenza, almeno per quanto riguarda la rete ospedaliera), il trasporto scolastico, la raccolta dei rifiuti, l’erogazione dell’acqua. Servizi che i Comuni stentano a garantire con continuità se non tramite l’applicazione di tasse elevate. La risposta potrebbe essere la razionalizzazione della spesa pubblica».

Sindaco come si può fare?

«Lavorando insieme: due Comuni limitrofi si uniscono e organizzano un determinato servizio. Vi faccio un esempio: per la raccolta dei rifiuti utilizzerebbero un solo mezzo anziché due, e riuscirebbero a far funzionare meglio il servizio abbattendo i costi». E perché hai fatto riferimento alla situazione di Benestare nel 1811? «Perché l’identità dei nostri luoghi, dei nostri paesi, la dobbiamo ricercare in quella fase storica».

Il simbolo di questa identità storica potrebbe essere il municipio?

«No. Un’entità storica, antropologica e religiosa per Benestare potrebbe essere la Madonna del Rosario, che è la festa più importante del territorio e un forte elemento antropologico, cioè inerente la storia del luogo: la storia dei cittadini e delle generazioni che si sono susseguite in questo paese. La Madonna del Rosario è molto importante per tutte le nostre famiglie, e per tutti i concittadini che, dal primo dopoguerra, hanno lasciato l’Italia. Se vi capiterà di trovarvi in Australia, per esempio, presso una famiglia di benestaresi, la prima cosa che vedrete entrando a casa è il quadro della Madonna del Rosario».

Cos’è dunque questa sorta di “unificazione”?

«Si chiama fusione dei Comuni. Spesso si obbietta che essa potrebbe cancellare l’identità delle cittadine. Non sempre è vero; perché il “municipio” non rappresenta il tratto identitario fondamentale di una popolazione. A Benestare sono altri gli elementi che tracciano l’identità del territorio e che non verrebbero cancellate dalla fusione, anzi valorizzerebbero la sua storia. Lo stesso discorso si potrebbe fare per tantissimi altri territori. L’identità storica di Benestare è profondamente legata alla marina di Bovalino e al resto dell’entroterra, di conseguenza non è una cosa assurda pensare oggi ad una loro fusione».

Che differenza c’è tra “unione dei Comuni” e “fusione dei Comuni”?

«Si fa spesso confusione tra “unione dei Comuni” e “fusione dei Comuni”. Un esempio di unione dei Comuni nella Locride è quello della Vallata del Torbido. I sei che ne fanno parte sono: Gioiosa Jonica, Marina di Gioiosa Jonica, Martone, San Giovanni di Gerace, Grotteria e Mammola. L’unione porterebbe ad un ente sovracomunale, al di sopra delle autonomie municipali, che assumerebbe un ruolo di coordinamento dei servizi comuni, come la gestione della raccolta dei rifiuti. I Comuni rimarrebbero assolutamente autonomi rispetto ad essa. La fusione dei Comuni, invece, è un passo diverso, più importante. Nella fusione i Consigli comunali, che rappresentano gli organismi sovrani (con un potere superiore a quello dello sindaco nelle decisioni), decidono di mettersi insieme e di dare luogo ad un nuovo comune. Per Benestare si tratterebbe di rispristinare l’antica fusione della “vallata del Careri” e di andare a recuperare quella tradizione territoriale che appartiene a tutti noi cittadini».

La “fusione” dunque riporterebbe il territorio alle origini, alla vera identità, ma poi che cosa accadrebbe?

«Ci sarebbero dei benefici economici legati a finanziamenti ministeriali, perché le fusioni - così come le unioni - sono stimolate dallo Stato attraverso un sostegno economico che migliorerebbe la qualità della vita; quindi il sistema delle infrastrutture e la rete scolastica; si andrebbe a costituire un Comune più grande per numero di abitanti, come Locri o Siderno per fare degli esempi, un Comune che avrebbe il potere di negoziare con gli enti pubblici. L’infrastruttura più importante che potremmo ottenere, di cui si parla da 50 anni, è la strada di collegamento tra Bovalino e Bagnara: una vera svolta per questo territorio. Dobbiamo insistere su questo punto, dobbiamo organizzare dei convegni, delle situazioni comunicative che vadano a persuadere il territorio e a convincere la gente della convenienza di fare questo passo. Questi cambiamenti non avverranno da qui ad un anno, perché sono dei processi che richiedono tanto tempo, però è importante partire».

Come si è arrivati all’attuale suddivisione del territorio?

«Cirella, che oggi fa parte del Comune di Platì, nei tempi di cui vi ho parlato faceva parte del Comune di Benestare. A fine Ottocento, il Consiglio comunale di Benestare decise -su richiesta dei consiglieri originari di Cirella - di distaccare la frazione da Benestare e di assegnarla a Platì. Fu una decisione presa da quattro persone; infatti all’epoca i consigli comunali erano costituiti solo da una parte del paese: vi partecipava il medico, l’avvocato, il notaio e i preti. Non era un sistema democratico. Andava a votare solo chi era riconosciuto elettore attivo attraverso una determinata posizione fiscale: le tasse che venivano pagate in base alle proprietà. Di conseguenza solo i grandi proprietari terrieri prendevano parte alle elezioni. All’epoca studiavano in pochissimi, solo le famiglie ricche potevano permetterselo. Quindi solo un corpo ristretto di popolazione assumeva determinate decisioni».

Sindaco, come sei venuto a conoscenza di questa storia?

«Qualche mese fa ho scritto un articolo sul distacco di Cirella e Benestare e, per farlo, sono andato sul campo. Un pomeriggio ho preso la macchina, ho chiamato qualche amico per farmi accompagnare e sono andato a parlare con le persone più anziane del paese. Testimonianze storiche fondamentali per la mia ricerca. Avevo una delibera di Consiglio comunale in cui l’allora sindaco di Benestare aveva approvato la richiesta di distaccamento presentata dai quattro consiglieri di Cirella; il parere favorevole era stato concesso nonostante le motivazioni esposte nella richiesta non fossero quelle reali. La motivazione vera io l’ho trovata nei discorsi degli anziani di Cirella. Ovviamente non avevano vissuto quegli anni, però si ricordavano i racconti dei padri, delle madri. Mia nonna è venuta a mancare un anno fa, aveva una cultura contadina immensa, malgrado avesse studiato fino alla terza elementare; grazie a lei sono riuscito a ricostruire altre vicende importanti per Benestare che riguarda una rivolta contadina, ma questa è un’altra storia…».

Che storia ti hanno raccontato gli anziani di Cirella?

«Premetto che all’epoca la “condotta medica” veniva erogata dai Comuni, che avevano il compito di assumere medici e ufficiali sanitari nel territorio, riconoscendo ai secondi uno stipendio più elevato. Un consigliere comunale di Benestare era, all’epoca, anche il medico condotto di Cirella; mentre l’ufficiale sanitario era di Benestare centro. Il sindaco di Platì, o comunque la cerchia legata al potere, promise al medico condotto che, se Cirella fosse stato riconosciuto territorio di Platì, lo avrebbero nominato ufficiale sanitario. Gli combinarono addirittura un fidanzamento. Cirella passò quindi - per futili motivi - con Platì, ma la popolazione non accettò mai questo compromesso, perché non si sentì coinvolta, partecipe. Vi voglio solo sottolineare che ogni processo deve essere partecipato, deve essere in qualche modo scritto da tutti i cittadini. Per questo è importante che oggi si parli del ripristino della vecchia fusione, che si organizzi qualche convegno. Poi non so verrà l’unione, nulla o la fusione stessa. L’importante è che ognuno possa dire “a questo processo ho partecipato anche io”».

E noi come possiamo prendervi parte?

«Sentitevi protagonisti ragazzi, le decisioni non possono essere prese da consiglieri comunali chiusi in dei palazzi, non possono essere loro a decidere quale sarà il futuro del territorio. Le amministrazioni devono organizzare degli incontri che coinvolgano i cittadini e i giovani in particolare. Tutti i cittadini devono poter partecipare alle scelte collettive, ciò che è pubblico, che riguarda tutti, si chiama “bene comune”. Questo concetto è la cosa più importante, poi c’è la destra, la sinistra, la politica, le differenze culturali, ma al centro di ogni azione ci deve essere il “bene comune”: intoccabile perché di tutti».