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Locri. Sabato 7 ottobre avrà luogo il convegno: “Mythos (Uomini e divinità nei miti antichi)”

LOCRI - “Demetra e Persefone. Culti della fertilità e della rinascita oltre la morte. E’ il tema del convegno denominato “Mythos (Uomini e divinità nei miti antichi)” che avrà luogo sabato 7 ottobre alle ore 15,30 al palazzo della Cultura di Locri.

Una manifestazione di archeologia, storia, letteratura e storia delle religioni, che sarà presentata domani, martedì 3 ottobre alle ore 16 al parco archeologico di Locri e che vedrà la partecipazione di autorità dell’UNiversità di Messina e del polo museale della Calabria. 

Il Convegno intende illuminare, attraverso l’intervento di archeologi, storici, storici delle religioni, filologi, le figure di Demetra e Persefone, le due dee, madre e figlia, unite dai culti della fertilità e della rinascita oltre la morte, praticati all’interno dei riti orfici e dei misteri eleusini. Figlia di Rea e di Crono, Demetra è la sorella maggiore di Zeus, con cui concepì l’adorata figlia Persefone. Cruciale nella dinamica culturale il ratto di Persefone da parte di Ade, avvenuto in Sicilia, nelle campagne di Enna. La corografia rappresenta Persefone con un melograno, i cui chicchi , da lei mangiati nell’Ade , la destinano ad una permanenza nel mondo dei morti ed a un ritorno sulla terra , dalla madre Demetra, per altri sei. La lucerna con cui Demetra cercò disperata- mente per nove giorni la figlia rapita è insieme sia strumento necessario per illuminare il cammino di Persefone, dal fondo buio degli inferi alla terra, sia simbolo della rinascita della vita e della vegetazione sulla terra. Il culto, nato in Grecia ad Eleusi come culto essenzialmente agrario, si diffuse importato dai coloni dorici in Magna Grecia, principalmente a Locri (ma anche a Strongoli, Policoro, Carfazzi e Cirò) ed in Sicilia, ed è anche legato all’acqua, che simboleggia il fluire della vita, nell’alternanza delle stagioni. 

Nella locandina a corredo del seguente pezzo, il programma completo della manifestazione. 

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Locri. Riportate a casa la nostra Persefone!

Due eventi importanti in pochi giorni, accomunati da un unico filo conduttore, non sono pochi nemmeno per una città, Locri, caratterizzata da una ricchissima storia archeologica, fra le più importanti al mondo. Due eventi, si diceva: così simili eppur così diversi allo stesso tempo. Nei tempi, nel riscontro mediatico, nei modi, addirittura.

L’uno (l’ultimo) ha avuto come protagonista il ritorno dell’Efebo cavalcante, più noto come “Il cavaliere di Marafioti”, dopo un lungo e sapiente restauro, che lo ha quasi restituito agli antichi splendori: i 187 pezzi ritrovati da Orsi nel 1910, rifulgono, oggi, di un fascino e una bellezza mirabili. La sua potremmo quasi definirla una “visita di cortesia” alla terra natia, dopo un importante girovagare per luoghi fra i più suggestivi d’Italia, primo fra tutti la celeberrima Galleria milanese, dove ha estasiato i non pochi visitatori, esterrefatti da tanta sapienza artistica. Una breve visita di cortesia, per poi far definitivamente ritorno alla sua novella dimora, il Marc di Reggio. È stato un buon successo, di pubblico e di critica: qualche polemica sorta attorno alla rivendicazione del “rientro” nella patria locrese non ha rovinato la festa, regalandole, anzi, quel poco di pepe che, in fondo, ha anche costretto a confrontarsi quel po’ po’ di autorità (politiche e scientifiche) intervenute.

L’altro (il primo) è stata la presentazione della copia (artistica, non ottenuta per clonazione) della ancor più celebre Persefone, o “Dea in trono” che dir si voglia, oggi, ormai da più di cento anni, in esilio a Berlino. Per molti versi è stato un flop, specie sul piano mediatico, solitamente così attentamente coltivato, accudito, vagheggiato e perseguito dall’establishment politico di qualsiasi latitudine: racchiusa all’interno di un evento (il Giugno Locrese) i cui fasti avevano ragion d’essere al tempo della sua istituzione (è stato fra i primi premi letterari del dopoguerra), e che oggi si trascina stancamente senza riuscire ad emergere concretamente nella pletora di premi estivi di cui ormai anche la Calabria è satura, l’esposizione della copia della Persefone eseguita sotto la sapiente direzione del maestro Rosario La Seta non ha quasi travalicato i confini del cortile del Palazzo di Città. Se ce ne fosse bisogno, ne è riprova un articolo apparso sul prestigioso quotidiano Il Sole 24 Ore del 4 agosto, u.s.: grande rilievo all’evento tarantino di appena qualche mese fa (l’esposizione della copia, clonata, della Persefone al MarTa) e nemmeno una-parola-una sulla querelle Locri-Taranto che si trascina da oltre cento anni e che ebbe modo di ricevere uno scossone a metà di questo percorso.

Esattamente cinquant’anni fa (era il 26 giugno del 1966), infatti, l’ormai celebre conferenza stampa di Gaudio Incorpora costrinse il mondo intero ad interrogarsi sulla vera origine della statua, e per qualche anno sembrò addirittura che potesse veramente essere imminente un suo ritorno a Locri. Poi, la tetragona indifferenza delle Autorità preposte (Soprintendenza reggina in testa), l’attacco concentrico di una stampa superficiale e pressappochista (guidata, purtroppo, da un infuocato quanto disinformato articolo scritto proprio da un giornalista calabrese) e, in vero, la fragilità probatoria stessa della pur meritoria opera di Incorpora, inghiottirono nell’oblio le velleità locresi. A nulla valsero le pur numerose interrogazioni di parlamentari calabresi (Aloi due volte, Meduri, Bova ecc.): l’assenza di prove “forti” non poteva che far rimbalzare sul muro di gomma tarantinista gli accorati appelli a favore della Città epizefiria. L’occasione del 9 luglio, no: poteva e doveva rappresentare un serio momento di svolta, se si ha intenzione (come io spero) di riaprire concretamente il dibattito attorno alla stupenda Dea in trono. Perché, adesso, le prove, quantunque circostanziali, ci sono, eccome! E queste prove, oltre che confermare in pieno la bontà del lavoro a suo tempo svolto da Incorpora, capovolgono completamente i termini della questione, per come sinora superficialmente (molto superficialmente!) ”assodata”, in unanime direzione tarantina. Per intanto è da ritenersi del tutto certa l’irregolarità dell’operazione d’acquisto condotta nell’ormai lontano 1915 dai musei berlinesi. Poi, lo sgretolarsi delle “prove tarantine” va di pari passo con il consolidarsi di quelle a favore di Locri.

Tutto ciò è il frutto di una lunga e profonda indagine che il sottoscritto ha portato avanti in lunghi anni di ricerche, culminati, infine, con il ritrovamento del carteggio relativo all’inchiesta giudiziaria a suo tempo impiantata dalla magistratura locrese e che - sorpresa, sorpresa! - nella sostanza avvalorava completamente quella che fu conosciuta come “la confessione di Giovinazzo” (ovvero, del dipendente di Scannapieco che, a 60 anni dall’epoca dei fatti, raccontò esattamente come e dove fu effettuato il ritrovamento, in agro di contrada Perciante di Portigliola). Ad oggi, a oltre otto mesi dalla pubblicazione di Sulle tracce di Persefone, due volte rapita, non è apparsa una confutazione ancorché minima delle tesi ivi contenute: da Taranto ci si è limitati ad invettive nei confronti del sottoscritto ed a dubbi (generici e originati da un partito preso, non da valutazioni men che scientifiche) sull’operato della magistratura locrese. Le prove, dunque, adesso ci sono, e sono a disposizione di tutti (o, almeno, di chi ha voglia di prenderne visione e confrontarcisi): senza di esse, il confronto con tutti gli organi, cui in un modo o in un altro può far capo l’intricata vicenda, non può che sortire gli effetti di tutte le altre iniziative portate avanti in questi ultimi cinquant’anni, cioè il nulla più totale.

Su queste basi, dunque, è possibile far ripartire un dibattito ed un movimento che necessita dell’apporto di tutti i calabresi che dicono di aver a cuore il problema: naturalmente, sarebbe auspicabile che alla testa si mettessero le Autorità politiche del circondario, per esempio coagulate all’interno di quel progetto che Pietro Fuda, sindaco di Siderno, ha illustrato qualche tempo fa, basato sulla riedizione di quel Distretto culturale della Locride, ipotizzato già diversi anni addietro. Pensare di portare avanti questa battaglia, dunque, senza l’apporto della documentazione venuta alla luce con Sulle tracce di Persefone, due volte rapita è del tutto velleitario, e senza alcun senso compiuto: il contrario, invece, darebbe un concreto seguito all’idea della copia della Persefone inaugurata nel Giugno Locrese, fino ad arrivare - perché no? - all’adozione della statua come simbolo dell’inizio del riscatto di un intero territorio, sempre più tagliato fuori (immeritevolmente?) dai circuiti culturali nazionali (e, con l’avvento della Città metropolitana, anche provinciali…).

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