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Alaterno e api, difendiamo gli insetti impollinatori

  •   Redazione
Alaterno e api, difendiamo gli insetti impollinatori

La drastica riduzione del numero degli insetti impollinatori è dovuta a fattori naturali (cambiamenti climatici, incidenza di parassiti e malattie) e artificiali (inquinamento, abuso di fitofarmaci, distruzione di ambienti naturali).

Per contrastare il declino degli impollinatori è necessario ed urgente porre in essere tutta una serie di misure atte a favorirne il loro insediamento, conservando o ripristinando i tipici ambienti naturali dove molti di essi completano il ciclo biologico e garantendo le fitocenosi idonee a fornire cibo (nettare e polline) sufficiente per il loro sostentamento. Gli Enti preposti alle opere di riqualifica vegetazionale non sempre mostrano una adeguata consapevolezza dello stretto ed importante legame che esiste tra essenze vegetali impiegate allo scopo e apoidei. Questo è particolarmente evidente in diversi contesti vegetazionali collinari e pedemontani della Calabria, sottoposti in passato a non sempre adeguati interventi di piantumazione, incluso il territorio aspromontano. É necessario tenere presente che la scelta dell’una o dell’altra specie vegetale determina, più o meno direttamente, una selezione della entomofauna gravitante in uno specifico ambito territoriale. 

Esistono numerose specie arboree ed arbustive in grado di soddisfare le principali motivazioni delle opere di rimboschimento (consolidamento argini, contenimento erosione superficiale, colonizzazione di zone aride) ma anche quelle, non meno importanti, del mantenimento delle comunità degli insetti impollinatori, inclusa l’ape da miele. In questo contesto, la collaborazione interdisciplinare tra il dottore forestale, il botanico e l’entomologo porterebbe ad una molteplicità di vantaggi per l’ambiente da riqualificare. Tra gli arbusti spontanei caratteristici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, Rhamnus alaternus rappresenta una interessante specie da includere in opere di ingegneria naturalistica finalizzate alla riqualificazione a verde di ambienti aridi e rocciosi di tipo mediterraneo (gariga e macchia) molto diffusi in Calabria, potendo implementare in questi contesti anche la flora di interesse apistico e contribuendo, pertanto, al mantenimento della biodiversità entomologica. 

Il termine Rhamnus è di etimologia incerta, derivando per alcuni dal greco rabdos (= bacchetta, verga, dovuto alla flessibilità dei suoi giovani rami) per altri da un termine celtico che significa “ramo”. Volgarmente la specie è nota con il nome di Alaterno o “legno puzzo”, in questo caso per il cattivo odore derivante dal legno, quando sottoposto al taglio. La specie era molto usata nell’antichità per tingere di giallo i tessuti. Il legno, molto pesante, era ampiamente utilizzato per lavori di tornio ed ebanisteria. Si tratta di un arbusto o piccolo albero sempreverde, che può raggiungere anche una altezza di 5-7 metri. La specie, elio-termofila, caratterizza diffusamente la macchia mediterranea calabrese, ove è rinvenibile dai litorali ai costoni collinari più o meno aridi e soleggiati, fino anche ai 400-500 m di quota. Fiorisce precocemente in febbraio, e la fioritura si protrae copiosa fino ad aprile. I fiori sono riuniti in piccole infiorescenze cimose all’ascella delle foglie. 

Uno studio, recentemente pubblicato dal nostro gruppo di ricerca, ha evidenziato come i fiori siano molto visitati, per il polline e il nettare, dalle api mellifere e dai bombi. La fioritura nel periodo di fine inverno rende il Rhamnus particolarmente utile per le api, perché in tale periodo le fioriture alternative sono scarse e le famiglie di api necessitano di abbondanti quantità di polline per la ripresa delle deposizioni primaverili. Questa essenza e altre specie vegetali spontanee tipiche della macchia mediterranea (corbezzolo, cisto, fillirea, lentisco) dovrebbero essere maggiormente impiegate nella panificazione degli interventi di ingegneria naturalistica del nostro territorio, dopo attenta valutazione delle caratteristiche climatiche, pedologiche e stazionali dell’area oggetto di intervento.

Angelo Canale


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