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Francesco Martelli a Vigliena. 13 giugno 1799

di Fortunato Stelitano - Gli autori che attribuirono lo scoppio della polveriera di Vigliena a Francesco Martelli sono quattro: Lomonaco, Cuoco, Paribelli e Del Pozzo. Lo stesso Cesare Paribelli, che fece parte del governo provvisorio della Repubblica napoletana,  attesta la presenza del Martelli a Vigliena, attribuendogli la paternità dell'estremo gesto eroico.Successivamente, Giuseppe Portaro, senza alcuna esitazione, definì il Nostro “il Pietro Micca di Vigliena”.

Quelli, invece, che sostengono che l'esplosione venne messa in atto da entrambi i due legionari (Francesco Martelli di Staiti e Bernardo Pontari di Reggio) sono Arcovito, Turiello, Visalli e Mezzatesta. Pasquale Turiello non aveva alcun dubbio su chi fossero stati gli autori dello scoppio e a conclusione della seconda edizione del suo contributo sui fatti di Vigliena, rifacendosi alla memoria di Girolamo Arcovito,scrisse che l'esplosione era stata provocata da Martelli e Pontari.

Molte delle informazioni sulle quali Turiello ricostruì quelle vicende provenivano da storici reggini: Domenico Spanò Bolani e Cesare Morisani; quest'ultimo, proprio in una lettera, informava lo storico napoletano che il Martelli era prete e originario di Staiti.

Vittorio Visalli, rifacendosi ai risultati cui giunse Turiello, ricorda quindi i nomi del Martelli e del Pontari; alle stesse conclusione giunse anche il Mezzatesta, mentre molti altri storici come Colletta, Nardini, Pepe, Marulli, Dumas, Bouquet, Poerio, Vannucci, Serrao, Croce, Leli, Provaglio, Riccio, Botta, Pometti, Palermo, Morisani e Papaluca fanno invece risalire l'eroico atto estremo ad Antonio Toscani di Corigliano.

Solo Rodinò e Carbone – Grio non sono certi se attribuire la paternità del gesto al Toscani o al Martelli. Cesare Morisani, anche se ascrisse la paternità dell'esplosione al Toscani, ricorda comunque il contributo indiscusso del Martelli.

Fin qui, quindi, la letteratura sull'episodio repubblicano lascia comunque qualche dubbio su chi fosse stato realmente l'artefice dell'eroico gesto conclusivo dei fatti avvenuti a Vigliena, ma un carteggio ottocentesco estrapolato da una Memoriainedita del dotto avvocato Francesco Martelli di Staiti (1805-1871) potrebbe riaprire nuovamente il dibattito storico, andando a sostenere la tesi di quella piccola parte di storici che attribuirono proprio al Nostro l'esecuzione materiale dell'atto estremo.

L'avvocato Martelli, che fu tra l'altro anche sindaco di Staiti intorno al 1840 e uno dei più fervidi liberali durante l'Insurrezione del 1847, scrisse una Memoria dove, dopo una prima parte relativa alla storia del paese, nella sezione riguardante l'albero genealogico della sua famiglia, parlando di Francesco Martelli riportò che “lo stesso, al vedere il forte ridotto agli estremi, piuttosto che arrendersi disse ai compagni: «Bisogna morire liberi, piuttosto che sopravvivere alla servitù!» Diede fuoco alla polveriera esclamando: «Muoia Sansone con tutti i Filistei!»

A parte qualche imprecisione contenuta nella parte iniziale della fonte, di straordinario interesse si dimostra il fatto che una delle ultime frasi pronunciate dal Prete eroe prima di morire - Bisogna morire liberi, piuttosto che sopravvivere alla servitù! - venne anche riportata dal contemporaneo Francesco Lomonaco nel suo noto “Rapporto”.

A questo punto varie potrebbero essere le ipotesi sulla congruità delle due fonti, quella dell'avvocato Martelli e quella del Lomonaco: o gli eredi del Nostro ricevettero di nascosto una copia del Rapporto o qualche altro membro della famiglia, un parente o un semplice amico si trovava a Napoli in quei giorni riportando ai familiari che dimoravano a Staiti una testimonianza diretta sulle ultime parole del loro congiunto. Per di più, non dobbiamo dimenticare che alcuni degli ultimi 15 legionari di Vigliena si sono poi salvati e che, conseguentemente, avrebbero potuto contattare i familiari del Martelli riferendo loro quelle che furono le ultime parole pronunciate dal Patriota staitese prima di morire.

Certo è che sarà difficile contrastare la tesi ampiamente argomentata da Giorgio Papaluca, né quella precedente di Francesco Pometti, così come risulta a questo punto difficile non sostenere, alla luce di questa ulteriore e inedita fonte storica, la testimonianza riportata da Arcovito, Lomonaco, Del Pozzo, Cuoco, Paribelli, ripresa poi da Turiello, Visalli e Mezzatesta.

Al di là di come sono andati realmente i fatti, fosse stato il Martelli, il Toscani, il Pontari a compiere l'ultimo atto risolutivo, a noi piace in questa sede ritenere, con le parole di Vincenzo Mezzatesta, che non “si possa parlare di un eroe di Vigliena, ma degli eroi di Vigliena, cioè di 140 calabresi, che caddero onorevolmente sulle mura del fortino in nome della libertà e della giustizia”.

A 220 anni dall'estremo sacrificio di quei prodi, auspichiamo quindi che l'Amministrazione comunale di Staiti prenda in considerazione la decisione di dedicare quanto meno un marmo e una via all'eroico e illustre concittadino.

 

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Francesco Martelli e la Repubblica napoletana del 1799

di Fortunato StelitanoFrancesco Martelli nacque a Staiti il 19 agosto 1771 dal matrimonio fra Domenico e la magn. Antonina Caracciolo. Intraprese i primi studi sotto la guida dell'arciprete Leocani e dello zio sacerdote Bruno Martelli, proseguendo poi la sua formazione presso il Seminario della Diocesi di Bova.

La scarsa documentazione conservata non ci consente di conoscere la data effettiva della sua ordinazione sacerdotale; sappiamo solo che trascorse i suoi primi anni di ministero a Staiti fino al triennio repubblicano.

Allo scoppio della Rivoluzione aderì subito a quelle che erano le istanze del movimento riformatore, rafforzando e rinvigorendo le idee liberali da tempo perseguite dai suoi familiari. Volendo partecipare attivamente alle varie fasi della breve ma incisiva vita della Repubblica, già da tempo manteneva continui contatti con i patrioti della città di Reggio, aspettando l'occasione propizia per un suo maggiore coinvolgimento mediante l'avvicinamento a Napoli.

Si unì alla compagnia di Girolamo Arcovito, entrando poi a far parte della Legione Calabrese che rappresentava l'unità militare più consistente tra le truppe rimaste a Napoli il cui capoera Antonio Toscani da Corigliano; in seguito, una parte di essa (circa 150 legionari) tra cui Francesco Martelli, vennero dislocati nel forte di Vigliena. Tale presidio si trovava nel quartiere di San Giovanni a Teduccio nella zona più meridionale della città di Napoli e quindi in prima linea quando da sud giunsero i Sanfedisti del cardinale Ruffo. 

Il 10 giugno 1799, dopo aver attraversato la Calabria, la Basilicata e la Puglia, le bande della Santa Fede erano giunte a Portici e avevano cominciato ad attaccare il forte di Vigliena.

Nei due giorni successivi i Sanfedisti continuarono ad attaccare il presidio al fine di controllare il ponte della Maddalena, ma vennero continuamente respinti dai legionari repubblicani. Il 13 giugno 1799 il cardinale Ruffo ordinò alle sue truppe di procedere verso San Giovanni a Teduccio, ma ancora una volta il fuoco proveniente dal forte e dalle navi dell'ammiraglio Caracciolo li faceva indietreggiare. Fu così che nel tardo pomeriggio il Cardinale decise allora di far intervenire il colonnello Rapini con tre sue compagnie del Reggimento “Reali Calabresi” che, giunte fin sotto il forte, vennero puntualmente respinte dai repubblicani. A questo punto, Rapini fece avanzare una batteria di cannoni russa che avrebbe dovuto sgretolare le mura del forte e lanciò l'ennesimo attacco. La battaglia fra Sanfedisti e Repubblicani continuò a lungo, causando gravi perdite da entrambe le parti. Intorno alle ore 22.00, quando ormai era buio, un gruppo di assalitori si fece largo e, salendo uno sull'altro, riuscì a raggiungere i cannoni del forte puntandoli contro le navi del Caracciolo. La situazione, già precaria per le numerose perdite, divenne insostenibile: i Repubblicani, da circa 150 si erano ridotti a una sessantina di unità.

Dopo mezz'ora i difensori si erano ulteriormente ridotti a una ventina, tutti riuniti sul lato sinistro del forte. Quando la situazione precipitò, Martelli e Pontari si avvicinarono al Toscani e gli proposero di non arrendersi e di dare fuoco al deposito di polvere da sparo che si trovava vicino a loro. I tre non esitarono un attimo e pronunciando un ultimo evviva alla libertà diedero esecuzione all'eroico disegno. Lo scoppio fu tremendo; Repubblicani e Sanfedisti perirono sotto le macerie del forte.

“In quel punto – scrisse Dumas - s'intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l'aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza”.

Solo pochi si salvarono e chi riuscì a ritornare a casa raccontò ai familiari quanto era realmente accaduto la sera di quel tragico 13 giugno 1799. Vittorio Visalli ricorda il nome di soli 15 eroi; di essi morirono il Toscani, il Martelli, il Pontari, Francesco Castiglia di Messina, Diego de Mattia di Vallo, Orazio Sersale di Cerisano; i sopravvissuti furono Vincenzo Fabiani di Grotteria, l'abate Francesco Salfi, Domenico Muratore di Cittanova, Bonaventura Labonia di Rossano, Gian Andrea Cedraro, Gaetano Morgera, Giuseppe Antonio Verardi, Girolamo Arcovito e Nicola Bosurgi. Alcuni dei sopravvissuti furono poi giustiziati dalla Giunta di Stato.

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La Fontana di Sant'Anna a Staiti

di Fortunato Stelitano - Il XIX secolo si concludeva per Staiti positivamente. La lunga controversia demaniale contro i baroni De Blasio sul possesso di un quarto delle foreste Aizzana e Linarè si era intanto spostata presso la Corte di Appello di Catanzaro e Raffaele Alfonso Ricciardi pubblicava le sue importanti Memorie storico – feudali sul paese. Da più parti si cominciava a parlare della costituzione di un Corpo Musicale cittadino e della necessità di costruire un Palazzo municipale, durante gli anni del lungo mandato amministrativo del cavaliere Luca Violi.

Il Novecento iniziò sostenuto da un progressivo incremento demografico, ma già nel 1907 cominciarono i problemi: la Pretura venne trasferita alla Marina, così come la sede notarile l'anno successivo. Il terremoto del 23 ottobre 1907, con epicentro Ferruzzano, segnò profondamente anche Staiti: si registrarono danni alle abitazioni, alla Chiesa matrice, al campanile e una frana minacciava l'abitato; in parte avranno anche influito le lesioni che il patrimonio edilizio aveva subito con le precedenti scosse del 1894 e del 1905.

Per i terremotati vennero costruite le prime baracche poco sotto la chiesa di Sant'Anna, lungo la vecchia strada di collegamento con la pianura e la costa e ben presto sorse il problema di fornire di acqua potabile il nuovo agglomerato.

Il 28 maggio 1908 in Consiglio comunale venne presentata la proposta per il “trasporto dell'acqua della fontana Grotti alla Chiesa di Sant'Anna”, ma venne in quella sede rigettata. Venne il terremoto del 28 dicembre 1908 e le condizioni dei terremotati peggiorarono. L'anno dopo, la stessa proposta fu all'ordine del giorno della seduta del 26 settembre durante la quale il Consiglio deliberò la costruzione della tanto attesa fontana. Dalla Delibera del 9 dicembre 1909 sappiamo che era intervenuto anche il genio civile che “portò l'acqua delle Grotti a Sant'Anna dove eran costruite le baracche per i terremotati”.

La sorgente scaturiva poco sotto la Fontana della Rocca, insieme alla quale, per i tre secoli precedenti, aveva costituito il punto di rifornimento più vicino per la popolazione, al tempo in cui le abitazioni erano ancora sprovviste degli allacci individuali. La buona qualità delle loro acque emerge già nell'Apprezzo del 1689, dal quale risulta che alle loro sorgenti attingevano anche gli abitanti dei paesi vicini.

Il manufatto rispecchia quella che doveva essere una classica fontana con pilastro principale dal quale si originano tre cannelle per la fuoriuscita dell'acqua. L'acqua della cannella principale va ad alimentare il grande piatto sottostante dal quale, attraverso due canaletti di debordamento, defluisce nelle due vasche laterali che fungono da abbeveratoi, fondamentali per l'abbeveraggio delle greggi e degli animali da soma, numerosissimi in un tempo in cui l'allevamento e l'agricoltura costituivano, insieme all'artigianato, le attività principali dalle quali la popolazione traeva sussistenza.

Da allora la fontana di Sant'Anna rimase continuamente in funzione rifornendo di acqua potabile la popolazione e sostenendo, tra l'altro, la sopravvivenza degli allevamenti e degli orti delle abitazioni vicine, grazie anche a una portata quasi sempre regolare in un territorio povero di sorgenti soprattutto durante la stagione estiva.

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