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In Aspromonte
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Buccau lu suli

BUCCAU LU SULI (Franco Borrello)

Ormai sdurrupati,

li forti armaceri

su sulu cesina,

ppilìju di jeri.

Lu suli buccau 

calau la sira 

cu nivi e cu trona,

fulijeni nira.

Nu duci surinu 

si vota a zargara,

la luna, di fata,

diventa  magara.

Chianginu chianu  

li nduddhi mpenduti

a li ceramiti 

com’anni perduti.

Luntanu n’ahò,

zzurrija lu ventu,

l’addheddha di l’arma 

non dassa cchjù abbentu:

E nta la muddhura,

li spaddhi rrunchjati,

erremi  jamu   

rribbati rribbati.

Francesco Borrello

ENCOMIO SPECIALE

Premio DELIA 2018

È tramontato il sole

Oramai diruti,

i solidi muri a secco

son solo rovine,

lamento del passato.

È tramontato il sole,

è calata la sera

con neve e con tuoni,

fuliggine nera.

Una dolce brezza

si volge in vento velenoso,

la luna, da fata,

si muta in fattucchiera.

Piangono lentamente

i ghiaccioli appesi

alle tegole

come anni perduti.

Lontano un rombo,

sibila il vento,

la sanguisuga dell’anima

non concede più   requie:

E nella foschia,

con le spalle ingobbite,

andiamo raminghi

per luoghi nascosti.   

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«Gallicianò martire di un genocidio culturale in corso»

«La festa del patrono di Gallicianò è adesso divenuta un’anonima sagra calabrese, di quelle grigie e senza identità, il cui nome scorre tra i tanti riportati in appendice della terza pagina dei giornali o su internet, sperduta tra un “tuttoqui” ed un “tuttoqua”. La processione stessa è divenuta un mero accessorio al panino con la salsiccia, ma per questo l’arcidiocesi non sembra nutrire alcuno scandalo, per essa scandaloso è stato quando una comunità ha chiesto di pregare come aveva sempre fatto.

L’Ammendolea grecofona non può permettersi ulteriori tagli e censure alla propria identità. Dopo l’aspra diatriba che ha portato le Pupazze di Bova ad essere prima vietate, e solo con forti interventi e pressioni popolari, ad essere poi ripristinate col compromesso di rinominarle palme, quest’anno è toccato alla processione di san Giovanni Battista in Gallicianò subire un’ingiustificata punizione.

La processione si fondava su tre momenti: le litanie mattutine, le quali con preghiere e canti chiedevano al santo le grazie; l’adornare la statua del santo con nastri rossi simboleggianti il martirio, a cui venivano apposte banconote e monili a mo’ di ex voto; la processione pomeridiana vera e propria, caratterizzata dalla la benedizione che san Giovanni elargiva ai fedeli, attraverso una roteazione per tre volte a destra e per tre volte a sinistra al suono di una tarantella, e con un abbraccio, che si conclude con l’elevazione della vara, il tutto in due luoghi precisi: nella parte alta del paese, dove prima dell’alluvione sorgeva la chiesa di san Leonardo, ed innanzi la chiesa ancora in piedi. Tutto ciò il 29 agosto 2018 è venuto meno, dopo circa sei secoli di continuità.

Tutto è iniziato nel 2014 quando il vescovo vietò l’apposizione degli ex voto, una disposizione a cui la comunità si è a malincuore uniformata. Poi sono giunte disposizioni per la diminuzione dei nastri, i quali sono diminuiti sino a arrivare ad uno solo, che oggi solitario adorna la vara. Nel 2017 l’ultimatum: niente tarantella per san Giovanni. La comunità ha reagito con un atto di disobbedienza civile, ma la corda tirata sempre più si era ormai fatalmente spezzata. Dall’arcidiocesi quest’anno sono state mobilitate le forze dell’ordine per garantire la fine di questo rito. Gallicianò ha avuto una processione blindata, otto agenti tra poliziotti e carabinieri in un borgo che fa una trentina di abitanti, portatori della vara schedati preliminarmente, il tutto in un clima da caccia alle streghe.

L’arcivescovo perseguendo una politica di “purificazione dei riti” ha snaturato, offeso ed umiliato una devozione autentica. Il sacerdote di Gallicianò ha solo eseguito degli ordini, attenendosi ad un non meglio identificato decreto vescovile. Vi è stato poi l’ignobile tentativo mediatico di sminuire quanto accaduto, etichettando il tutto come “un balletto”. San Giovanni è l’emblema di un genocidio culturale in atto, perché questo è il nome di ciò che sta accadendo nell’Ammendolea, dove si cambiano i nomi a Bova e si annientano le tradizioni a Gallicianò. Ciò è dittatura, è medioevo è eticamente e moralmente inaccettabile! Non è roba da cristiani. E chi vuole intendere, intenda e rifletta per il 2019».

Francesco Ventura

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Vunì: «una Roccaforte tra le stelle greche»

«Quando andrai verso Roccaforte, guarda in alto e vedrai Vunì, il monte per i greci, semplicemente.

C'è chi cammina verso il monte guardandosi sempre i piedi, preoccupandosi più di se che della via da seguire. Questo è colui che sbaglia, a ragione o a torto. Prima di indicare una strada, occorre orientarsi e noi lo facciamo osservando le stelle, quelle greche!

Prendi la via di Gallicianò per andare a Vunì, fai con calma, sosta nelle piazze greche ed ascoltane la lingua. Qualcuno, senza averlo chiesto, ti accoglierà e ti aprirà la porta di casa e sarà come entrare nell'Aspromonte.

Accetta e ringrazia, dopo aver compreso che sei sulla strada giusta.

Tra i tanti dispensatori di consigli, sulla via non troverete di certo nessuno di noi, noi seguiremo la via del monte, quella di Vunì, ne sosterremo la popolazione ed il suo territorio. Ogni luogo sussurra la sua vocazione e bisogna saperla ascoltare e Roccaforte va ascoltata, nella sua delicatezza unica, con la quale accarezza buona parte delle bellezze più famose d'Aspromonte, senza mai stringerle, cosciente che la montagna non ha limiti o confini. Mete spesso toccate dal progetto PARKBUS 2018, dell'Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte in collaborazione col Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Roccaforte è, consapevolmente o meno, custode d'Aspromonte, al quale molto ha dato ricevendo rare volte il meritato “grazie”.

Una volta parlando di storia, in una terrazza che domina l'area grecanica, un giovane saggio ci disse: “Noi, prima di essere italiani, siamo greci. Non dimentichiamolo mai.” Non lo faremo.

Se a te, che vai a Vunì, non ti pare di trovare evidenze di ciò sulla terra, rivolgiti al cielo e le stelle ti racconteranno della leggenda, del mito e della storia.

Ci vorrà tempo per riconoscere questo valore, ma in Africa dicono che il cammino attraverso la foresta è lungo, solo se non si ama la persona che si va a trovare. Noi, Roccaforte, l'amiamo».

ASSOCIAZIONE

GUIDE UFFICIALI

DEL PARCO NAZIONALE

DELL'ASPROMONTE

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