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In Aspromonte
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Dal 22 al 24 marzo “Le giornate dell’orgoglio sanrobertese” a Parigi. Vizzari: “Emozione straordinaria”

  • Published in Eventi

Non si arresta il cammino della comunità sanrobertese nel mondo. Dal 22 al 24 marzo, infatti, si svolgeranno a Parigi per l’edizione 2019 le “Giornate dell’orgoglio sanrobertese”.

Da San Roberto (RC), dalle pendici dell’Aspromonte, alla Francia per lanciare ancora una volta un messaggio universale che va oltre l’amore per la propria terra, e che racchiude dentro una sorta di “saudade” Calabrese, “a catina o peri”, così si suole chiamarla in dialetto.

Nel solco di quanto fatto a Novarello, nel dicembre del 2017, dove il raduno dei “Sanrobertesi nel mondo”, gruppo ancora più unito e numeroso, si tenne per la prima volta. Con gli stessi sentimenti, stati d’animo ed intenzioni che hanno animato, soprattutto, lo storico “Giubileo dei Sanrobertesi nel mondo” che, proprio in Calabria, durante la scorsa estate ha riportato “a casa” tantissimi emigranti di ritorno.

Una iniziativa fortemente voluta dall’Amministrazione Comunale di San Roberto, guidata dal Sindaco Roberto Vizzari, e sostenuta dal gruppo dei “Sanrobertesi nel mondo” per omaggiare coloro che sono lontani dalla propria terra natia, riunendo, in una giornata di riflessione, di incontro e socializzazione, di festa assoluta, tutti i cittadini originari del piccolo centro reggino, sparsi per la Francia.

Una manifestazione incredibile durante la quale, grazie all’organizzazione dei sanrobertesi d’oltralpe riuniti nell’associazione “Calabria mia”, verranno organizzate diverse iniziative.

Tra queste l’incontro-dibattito “Italiens, quand les èmigrès c’ètait nous” che vedrà la partecipazione di autorità francesi e che coinvolgerà da vicino i comuni dell’hinterland parigino di Vitry sur Seine e Choisy le Roi.  Si parlerà dell’emigrazione di ieri, ma anche di quella di oggi.

Di radici salde nel passato, dei legami e delle opportunità che si possono creare insieme attraverso continui e sempre più diffusi scambi culturali e sociali.  Un modo per incontrarsi e confrontarsi con l’obiettivo di creare sviluppo e per far conoscere la Calabria, nella sua accezione più positiva, anche all’estero.

“Non vediamo l’ora – ha esordito il Sindaco Roberto Vizzari –, sarà una emozione straordinaria. Sono veramente felice ed orgoglioso perché questo è un ulteriore successo di una Amministrazione Comunale che guarda sempre al futuro, che progetta lo sviluppo del proprio paese e che, in questi anni, ha condotto la sua comunità attraverso una crescita, soprattutto sociale, esponenziale. A Parigi ci aspetteranno diverse centinaia di connazionali che riabbracceranno per qualche giorno San Roberto e la “sanrobertesità”. Un valore, un vero e proprio marchio che vogliamo esportare per creare sviluppo”. 

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Il potere dei luoghi

Attraversare Cirella è come penetrare un mondo, come passare nell’aldilà. Le vedi da lontano, le montagne. Torri, picchi, gole. Rocce grigie, rosa, di graniti, scisti e strani conglomerati che paiono sabbia grossolana raggrumata. Con pennellate di licheni, gialle ed ocra. Boschi di lecci, roverelle, farnetti, sino alle faggete delle sommità. Le vedi dalle lingue detritiche delle fiumare e dalle colline calancose che stanno subito alle spalle della costa ionica. Per accedere a quel mondo, a quell’aldilà, devi superare i paesi. Case aggrappate a qualche “laccu”, i pianori terrazzati che talvolta interrompono le linee abrupte dei rilievi. A Cirella di Platì, puoi infilarti in stretti budelli fra le case, oltre le quali ti trovi improvvisamente sotto quelle forme fantastiche. Fra i Tre Pizzi, il Pinticudi, il Macalandrà a destra, e Rocce degli Smaleditti, Rocce dell’Agonia e Aria di Vento a sinistra. Devi alzare il naso all’insù per vedere Monte Jacono. Storcere il collo all’indietro, schiacciare la cervicale. E non penseresti mai di poterci salire su in direttissima se non ci fossi già stato tanti anni fa. Quando andavi su, solo perché t’era presa la fissa di seguire le capre. Oggi è un pastore ad indicarci “u viuolo”, ripido e sdrucciolevole, dove sono passati gli animali. E subito è come avessi preso un ascensore trasparente. Che ti spalanca, sotto, le gole di Abbruschiato e lo skyline fiabesco di Monte Pinticudi. E vedi gheppi andare e venire dalle pareti verticali, sberciate, tagliate da fenditure paurose. E sali lungo una cresta pazzesca che ti apre anche l’altro versante. E con cautela giungi sull’anticima. E il vento ti assale furioso. E vedi la rupe nocchieruta della vetta. E giri lo sguardo tutt’intorno. E il paesaggio è una vertigine. Pensi che non puoi tirare la corda con gli atri “erranti”, ignari e attoniti di fronte a tanta potenza. Soggiogati: ecco la parola giusta. Siamo soggiogati, incantati, intimoriti. Questa parte dell’Aspromonte ti fa perdere il respiro. Non è solo per le forme. Non è un fatto estetico. E’ perché sai che quel dedalo di abissi e di rupi, quel labirinto di foreste, per secoli, è stato battuto dagli uomini. Di cui oggi restano gli epigoni di una cultura, di una civiltà. In basso a sinistra, sotto quello che Caterina ha chiamato “the wall”. C’è uno stazzo e un piccolo “laccu”, con qualcuno intento a lavorare. E’ il momento di scendere. Non è facile aggirare la serie di muri obliqui che potrebbero sbalzarti giù in men che non si dica. Diventa un’erranza. Ecco un terrazzo con i resti di un rifugio di pietre. Dev’esserci un sentiero laterale che porta verso lo stazzo. Ma in mezzo ci sono frane e canaloni. Passiamo come anime pencolanti nel vuoto. Ci accoglie la dolcezza dei capretti dagli occhi acquosi, lasciati al sicuro nel loro caldo ricovero. Il resto del gregge è chissà dove a scorrazzare fra le ginestre spinose e le eriche. Lo stazzo, come immaginato, ha una via comoda che scende verso la valle. Riconosco la stradina. Una curva ed eccoci nel bel mezzo di una rovina incaica. Non piramidi e templi, ché qui nessuno ha mai visto ori e ricchezze. Ma delle case che s’affacciano come un piccolo Machu Picchu sulle gole della Ficara Ianca. Uno dei luoghi più belli al mondo! Il Colaciuri, visto da qui, è un altro Pinticudi, una piramide, lui sì, ma naturale. E poi un semicerchio di rupi e valloni. Sovrastati! Qui siamo sovrastati. Ciò non di meno, eccoci a percorrere la mulattiera scavata nella roccia che ci porta a vagare nelle gole di Malacaccia. Per ore, persi nei nostri pensieri fusi con il potere dei luoghi. 
Nelle immagini: scorci di Monte Jacono e delle gole della Ficara Janca, Aspromonte orientale, Calabria.

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Pinticudi, la montagna dalle cinque code

Un sibilo nel silenzio. L’aquila, dalle ali raccolte su se stesse, è una freccia lanciata nel cielo di cobalto. Ci acquattiamo nella macchia di lecci. Da un lato, la dirupata pietraia che abbiamo risalito, dal versante del Torrente Zighìa. Dall’altro, il pauroso burrone che precipita verso le gole del Torrente Cosazegrò. L’aquila riappare, pochi istanti dopo, da dietro l’imponente parete del Monte Pinticudi, la montagna dalle cinque code, l’ascetica piramide con la schiena di drago che domina questa parte dell’Aspromonte orientale. Il rapace raggiunge il centro della scena e disegna gioiose evoluzioni nell’aria. Poi, quando stende le ali per planare, le penne scure sulla punta delle ali si sollevano, evidenti, verso l’alto. Studiamo la sua livrea, i suoi gesti, le sue forme, i suoi colori insoliti. E’ la rara Aquila del Bonelli. Siamo venuti sin quassù tentando una digressione. Lasciato il sentiero principale, abbiamo seguito una traccia di capre. E capre vediamo sulla sella fra due imponenti torrioni di roccia. Una ventina. Le capre fuggite alla custodia di Rocco, il pastore di Camuti Superiore, dalla cui casa siamo partiti stamattina. Ci ha raccomandato di cercarle: deve riportarle all’ovile prima che si inselvatichiscano. Come già altre ve ne sono, libere da padroni, fieramente anarchiche in questi monti impervi e solitari. Segnaliamo a Rocco la posizione e ridiscendiamo sul sentiero principale. Stamane ho dovuto dar fondo alla mia memoria nel ritrovare la via. Alessandro ed io siamo gli unici umani che oggi solcano questi luoghi perduti. Qui non viene quasi più nessuno. Il sentiero non è segnato. Anzi, è scomparso in più punti, inghiottito dalle eriche e dalle ginestre. Alessandro mi ha appena donato un libro che D.H. Lawrence scrisse prima di morire: “Apocalisse”. Ci riversò la sua straordinaria concezione della vita come unione fra corpo e spirito. Saliamo come due lupi. Che cercano libertà, silenzio, solitudine, bellezza … e verità. Non quella verità che esce dalla bocca dei saggi, dalle speculazioni dei filosofi, dalle omelie dei preti. La verità, piuttosto, che si cerca fra le magioni incantate di ciò che fu creato dalla divinità primeva e che, abbandonato dall’uomo - nuovo creatore avido di artifici - è tornato al suo stato originario. Ecco il punto in cui dobbiamo lasciare il sentiero e prendere la pista segreta. Arranchiamo nel bosco, stretti fra un canalone e un’enorme parete di roccia. Sino allo scoperto, sotto una lunga e alta fenditura obliqua, tappezzata di muschi e licheni, perennemente stillante d’acqua. Saliamo fra le eriche basse fino alla grotta di Nino Martino, leggendario brigante d’Aspromonte. Ma la grotta, prima di lui, era servita ad altri, agli eremiti italo-bizantini che cercavano Dio nella solitudine dei boschi della Calabria. La parte più infida del cammino. Per raggiungere la prima “coda”, la più alta fra le rupi che costellano la schiena del drago, occorre innalzarsi su una cresta sfasciata ed esposta. Passiamo, timorosi, e siamo in cima. Il vento spazza la sommità. E il paesaggio si apre in un cerchio luminoso, reso fluido dalle nubi che s’inseguono nel cielo. Dopo il cuore, i polmoni, le gambe, è il momento degli occhi. Che cercano riferimenti familiari: il Mar Ionio, la costa, i piccoli paesi ai piedi delle pendici, il nereggiare dei boschi, le bianche ferite delle frane, il grigio delle rupi, i profili mostruosi dei crinali, le spire delle gole fluviali. Avverto presenze nella macchia: un ariete dalle grandi corna mi osserva immobile, la pelliccia scarmigliata. Non ha più il campanaccio. E’ tornato libero. E’ l’incarnazione di una divinità silvestre. Vive fiero nelle selve, tiene testa ai lupi e ai cinghiali. E qui morrà un giorno. Mi guarda con compassione: sa che la mia è solo una fuga, un’evasione. Avverte che tornerò nella mia prigione cittadina. Perciò fugge, in un fruscio di rami e un rotolare di pietre. Sento che il Pinticudi è il mio Tabor, il mio Olimpo, il mio Fuji, la più sacra fra le montagne della mia vita, quella dove anch’io potrei rimanere per sempre, come un animale, un albero o solo un piccolo frammento di roccia. Leggo da Lawrence: “Io sono una parte del sole come il mio occhio è una parte di me. Che io sia una parte della terra lo sanno anche i miei piedi, e il mio sangue è una parte del mare”. 

Nelle immagini: scorci del Monte Pinticudi, Ciminà, Aspromonte orientale, Calabria.

Foto Francesco Bevilacqua

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