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In Aspromonte
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Pianto per Venezia a rovescio

di Francesco Pileggi - Penso a Venezia, a tutti quei veneziani che odiano i turisti "mordi e fuggi" che non possono permettersi di pernottare uno più giorni. Quelli che vanno a Venezia con un panino con salame o mortadella misto a bestemmie venete omaggio dei “residenti" .

Penso a quei veneziani che per via dell'alluvione chiedono aiuto allo stato mentre continuano a gridare all'autonomia.

Poi penso a tutti coloro che mai hanno potuto mordere un panino e poi fuggire da Venezia perché Venezia l’hanno vista in cartolina e che però hanno pagato il Mose e tutte le malefatte che hanno arricchito molti disonesti con il silenzio dei veneziani residenti perbene.

E provo ad immaginare quei lavoratori meridionali con stipendi da fame che"vivono" forzatamente al nord e alla loro faccia quando hanno scoperto il prezzo del biglietto per ritornare a casa a Natale 2019, alle parolacce in dialetto stretto che mai appariranno negli spot delle ferrovie girati da Ozpetek. Penso a loro che non chiederanno aiuto con una colletta ai veneziani residenti perbene per tornare a casa nel sud.

E penso alle strade che dalla Calabria non portano più neppure in Calabria altro che a Roma figurarsi a Venezia. Ma pure alle ferrovie del sud e ai nostri musei e all'Art. 9. della Costituzione "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione." e che sarebbe corretto aggiungere "quello di Venezia un po' di più”.

Vedo le cronache e i servizi su Venezia allagata ogni giorno, in tutti i tg ma evidentemente il resto dell’Italia è sotto il sole e saranno tutti al mare, anche a Matera che è capitale della cultura ma non della cultura veneta. Ma non è così e allora Matera la sta aiutando il maltempo, che l’ha allagata per bene nel silenzio dei tele e giornali, e le automobili galleggiano nei fiumi, non sono gondole ma presto fioriranno, sperano tra i sassi. E allora rifletto su un fatto, se finiamo ogni tanto sui giornali dobbiamo ringraziare la mafia, dobbiamo ringraziarla davvero, altrimenti l’Italia finirebbe a Venezia, a Milano ma più in giù di Firenze non succede nulla di buono, Ogni tanto a Roma, sì, ogni tanto, ma sembra che pure i romani abbiano ora bisogno di gondole.

Penso a quelli pronti a sparar che noi meridionali “sempre a piangerci addosso" ma non sono mai saliti su un treno locale calabro, e che non hanno capito che noi ci piangiamo addosso perché se davvero piangessimo tutti insieme appassionatamente forse riusciremmo a metter giù delle gondole e accendere i riflettori su 70 anni di silenzio spesso assassino, se non 150.

Certo non dimentico tutti coloro che la Calabria se la sono venduta e continuano a vendersela ogni giorno in cambio di un posto al sole per sé stessi e la propria famigliola, pure allargata anzi allargatissima, che mostrano sui social quanto sono bravi loro e i loro parenti con sorriso e tutti i denti.

Penso a quei morti per strada nello scorso anno per via del "maltempo", ma anche degli anni prima, a quelle strade fatte per morire, come la 106, piene di fiori e di lacrime. Ma per tutti i governi quelle lacrime non sono abbastanza per buttarci giù gondole, ne servono tante di più, non sappiamo quanto sia quel tanto, ma compriamo le croci.

Penso che non sono contro il nord, sarei stupido ad esserlo, ma questi son fatti, fatti di lacrime e sangue e poi del resto non ‘ho inventata io la “questione meridionale”, fummo una questione, ora neppure quella.

Penso... che ... ho mal di testa... 

Sì lo so, non fa bene pensare, che poi si muore giovani e tristi, ma non sono più tanto giovane.

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Parco Aspromonte e Rifugio Biancospino: inaugurate due nuove aree destinate ai più piccoli

Due nuove strutture destinate all’educazione ambientale, alla sensibilizzazione e alla crescita dei bambini, immerse in una splendida cornice naturale incontaminata. Il Parco Nazionale dell’Aspromonte ha inaugurato il Laboratorio "dal grano al pane" e l’area faunistica realizzate in collaborazione con il Rifugio Il Biancospino di Delianuova, località Carmelia. Due nuove opportunità destinate al “turismo scolastico sostenibile” , in cui sarà possibile far maturare nei bambini, attraverso il racconto di Antonio e Teresa, quanto il loro ruolo nei confronti dell’ambiente sia attivo ed il loro contributo fondamentale. Nell’area faunistica in particolare, è ospitata Margherita, un capriolo trovato da un fruitore della montagna che erroneamente, compromettendo per sempre la vita in natura della piccola Margherita, l’ha consegnata ai Carabinieri del Reparto Parco, che l’hanno poi affidata, tramite suggerimento dell’Ente, proprio alle amorevoli cure di Antonio Barca. Il Parco per garantire una vita serena al piccolo mammifero ha finanziato l’allestimento dell’area faunistica, completa di tabellone illustrativo, in cui è raccontata la storia del ritorno del Capriolo in Aspromonte e i comportamenti da tenere in caso di ritrovamento di cuccioli di specie selvatiche. Informazioni destinate non solo ai più piccoli, ma anche agli appassionati di montagna e a tutti coloro che vivono l’Aspromonte quotidianamente.

Il laboratorio “dal grano al pane”, invece, vuole essere un punto di riferimento alla scoperta di tradizioni enogastronomiche antiche, legate ad un passato da valorizzare e da “assaporare”. Attraverso le sapienti mani ed il coinvolgimento emotivo di Teresa, i bambini potranno ammirare le fasi di preparazione e cimentarsi in “cucina” seguendo i dettami di una volta. All’inaugurazione hanno partecipato gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Delianuova, accompagnati dalla dirigente scolastica Giuseppina Rosalba e dai docenti,  il Vice Presidente dell’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte, Domenico Creazzo, il Direttore Sergio Tralongo, il Responsabile Biodiversità Antonino Siclari, la Responsabile Comunicazione Chiara Parisi e la Referente Geoparco Sabrina Santagati.

“Continuiamo nel nostro percorso di apertura al mondo associazionistico e scolastico affinché emerga sempre più forte il concetto di un Parco aperto che vuole essere vissuto in maniera compatibile con la natura e con l’ambiente – ha dichiarato il Vice Presidente Domenico Creazzo-. Queste nuove strutture daranno la possibilità agli istituti scolastici di vivere momenti di educazione ambientale e di sensibilizzazione nel rispetto della biodiversità dell’Aspromonte conoscendo, comprendendo e valorizzando tutti gli elementi che compongono l’area protetta”.

Ufficio Stampa Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte

v.i.

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Visita ad Africo. Enzo Siviero, l’Aspromonte e una strada per il Mondo

  • Published in Eventi

C’è una leggenda custodita nella tradizione orale dei cittadini di Samo, piccolo centro abitato in provincia di Reggio Calabria: l’Aspromonte, ovvero il greco “monte lucente”, scruta severo il diavolo fumante oltre lo Stretto; solo una lingua d’acqua lo divide dall’Etna, la fucina dell’inferno, e secoli di storia li vedono contendersi il predominio sul territorio.

È una dicotomia frequente da queste parti, l’esempio più famoso lo incarna la Madonna di Polsi che - dal piccolo santuario nel cuore della montagna - non può distogliere lo sguardo dalla rocciosa Sibilla; lo tengono ben presente i fedeli quando, al principio di settembre, la accompagnano in processione.

Il Bene e il Male, in queste terre, vivono in perenne equilibrio: a gravi episodi di sangue si alterna una genuinità quasi dolorosa e alla diffidenza atavica dei nostri popoli fa da contraltare una disarmante generosità.

La Bellezza struggente di forme, panorami e colori ha il sapore di una beffa, quaggiù, in Aspromonte.

E c’è da immaginarseli i pastori, i caprai, fissare la Sicilia dalle alture di Montalto o dai Campi di Bova; perdere lo sguardo in quella terra così uguale alla Calabria, così imponente e vicina da sentirne addosso il fiato, e allo stesso tempo chimera, ché il mare - scorrendo nella ferita tra Reggio e Messina - diviene gelido e profondo e, nelle giornate di vento, spaventoso. Soprattutto per dei poveri caprai! Inquietante, di una calma stregata, nelle giornate in cui la fata Morgana stende il suo velo.

E perché non farci un ponte? avrà esordito qualcuno, con la praticità del bifolco abituato a misurarsi con querce e abeti. Magari un ponte di tronchi di pino, come si era soliti fare nelle fiumare Aposcipo e Amenodelea, ché il pino resiste ed è stabile e con pochi balzi si può conquistare l’altra sponda.

E pare di sentirle le risposte “pratiche” degli africoti e dei ghoriati vestiti di stracci di ginestra, e le imprecazioni volgari contro la miseria: senza strade, senza pane, costretti a svendere i prodotti del lavoro per ricavare qualche soldo e nutrirsi di erbe e castagne; poveri, tanto da non potersi permettere il divagare.

Certo, quel punto di vista molto sopra “al livello del mare”, sarà stato un privilegio nelle noiose giornate dedicate al pascolo, e chissà quali sogni, quali utopie, quale abbondanza e varietà di progetti avranno concepito per afferrare la Sicilia prima che scappasse via. Pensieri tutti tristemente ridimensionati dal richiamo della fame.

Oggi quassù restiamo noi, eredi indegni dei poeti-pastori e dei poeti-contandini, di cui portiamo addosso il destino di miseria ma non lo stesso estro: il meglio fugge sulle immutate littorine dei padri, il peggio resta dormiente ad attendere una svolta.

Ma sarà l’Etna - benevolo come una fiera quando è sazia - a fare un dono all’Aspromonte.

Un rivoluzionario, anzi un visionario, da Catania arriverà a Reggio per una tre giorni calabrese che, dal 12 al 14 giugno, lo vedrà in giro per le montagne aspromontane per una serie di sopralluoghi; poi in Città metropolitana a parlare della centralità che dovrebbe avere l’Italia nei traffici del Mediterraneo, e del suo sogno di collegare l’Africa alla Sicilia per aprire la via del commercio e rendere il Meridione, grazie anche al ponte sullo Stretto, il volano dei traffici d’Europa. Un’idea condivisa col Papa, qualche mese fa, che ora il Professore vorrebbe consegnare alla gente di Calabria, che ancora associa al termine “globalizzazione” l’ambiguo andirivieni di migranti di cui è stata protagonista. Poi partirà alla volta di Catanzaro, per affrontare la delicata questione del ponte Morandi.

Enzo Siviero, ingegnere ed architetto, è detto l’uomo dei ponti, perché esperto internazionale in recupero e progettazione degli stessi, professore ordinario allo Iuav di Venezia, rettore di E-campus. È conosciuto alla cronaca nazionale per le sue teorie coraggiose e per le battaglie contro l’abbattimento del ponte Morandi di Genova: il primo ad ergersi in difesa del progettista che fu orgoglio italiano e dell’ingegneria, che - contrariamente ai luoghi comuni dettati dalla disconoscenza delle leggi fisiche - è madre di strutture “vive”, in continuo divenire. Perché è materia anche la più preponderante fisicità: e la materia - che non si crea né si distrugge – sempre si trasforma.

Un’antitesi molto simile a quelle aspromontane, che ci aiuta a comprendere come le astratte leggi fisiche rispondano, persino nelle accezioni più alte, ai principi basilari della vita e della morte.

La matematica è uno strumento perfetto, un linguaggio raffinato e globale, e – come in tutte le lingue - si può scegliere di parlarlo o di farne poesia.

Siviero va oltre le scienze e le geografie, perfezionandosi nel continuo controllo della gravità, perché i suoi ponti – che del territorio sono figli – portino il più possibile i tratti della gente e dei paesaggi, e siano metafora di incontro e di scambi culturali. Partoriti prima dal cuore che dalla mente, incarnano un lavoro dettagliato, teso alla sintesi del mondo scientifico con quello umanistico: una teoria innovativa, “l’architettura strutturale”, recitata come un mantra in ogni angolo del mondo. Dalla forma alla sostanza, e poi ancora oltre fino all’essenza, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “poeta”. Il poeta dei ponti.

Per Enzo Siviero sarà una nuova sfida l’Aspromonte, quello nero, quello inaccessibile, conosciuto per la cronaca dei sequestri e della ndrangheta? Oppure la più impervia montagna d’Italia, se guardata nel suo lato ionico meridionale, non farà gola al grande teologo del cambiamento e dell’abbattimento di barriere?

E Africo, centro di questo universo, che della sua triste storia ha fatto Bellezza nei racconti, nei film, nei servizi giornalistici, riceverà mai la tenerezza che gli è stata negata? Saverio Strati, nel descriverla, usò un linguaggio crudo, diretto; Umberto Zanotti Bianco tirò fuori immagini che ancora oggi lasciano sgomenti. Forse l’unica carezza gli venne da San Leo più di mille anni fa; santo bizantino mai canonizzato dalla chiesa latina ma di cui fu riconosciuto il culto; santo guerriero armato di pece e ascia, orogliosamente aspromontano; santo che per tutta la vita si mosse tra l’Etna e l’Aspromonte.

Le strade per Africo e la montagna sono però lunghe e dissestate, tanto da richiedere l’uso del fuoristrada e la guida di noi locali, trattati un po’ come gli sherpa dell’Himalaya, ma senza introiti nè gloria. I posti sono ostili seppur stupendi, e solo in pochi conoscono la Bellezza di pianori sospesi che sanno di paradiso, di grotte che paiono opere di attenti scultori, di laghi e torrenti e cascate in cui – ne siamo certi – vivono ancora le ninfee.

La nostra speranza - come africoti, calabresi e cittadini italiani - è che il poeta trovi in Aspromonte la sua musa, e con ingegno e nuova poesia ci costruisca una strada per il Mondo.

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